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Etimologia

Il nome Persia, a lungo usato in occidente per riferirsi alla nazione dell’Iran, al suo popolo, o ai suoi antichi imperi, deriva dall’antico nome greco dell’Iran, Persis, che a sua volta deriva dal nome del clan principale di Ciro il Grande, Pars o Parsa che ha dato il suo nome anche a una provincia dell’Iran meridionale, detta Fārs in lingua persiana moderna. Secondo Erodoto invece, il nome Persia deriva da Perseo, l’eroe mitologico. Il 21 marzo del 1935, lo scià Reza Pahlavi chiede formalmente alla comunità internazionale di riferirsi al Paese con il suo nome originario, Iran.

Achimenidi

I Persiani appartengono insieme con i Medi a quel gruppo di popolazioni di lingua indoeuropea, che nel corso del III e del II millennio a.C. invadono e occupano l’altopiano iranico.Il loro nome compare per la prima volta in documenti assiri datati al IX sec. a.C., dove vengono nominati con i Medi.

Nei secoli successivi, i Persiani abbandonano lo stile di vita nomade e si insediano stabilmente nell’Iran meridionale, dando vita al loro primo stato organizzato. La regione porta ancora oggi il nome di Farsistan, che i Greci traducono in Perside.

Il popolo, suddiviso in 10 tribù, la cui più nobile è quella dei Pasargadi, pratica l’agricoltura e la pastorizia. Verso la metà del VII sec. a.C., Ciro, capostipite della famiglia degli Achemenidi, ottiene come vassallo il governo di una provincia elamitica Anzan e in seguito ne diviene re.

Nella prima metà del VI sec. a.C. Cambise, re di Anzan sposa Mandane, figlia di Astiage, re dei Medi. Dal matrimonio nasce Ciro che diventa re di Anzan nel 537 a.C. e nel 549 a.C. assale il nonno materno Astiage privandolo del regno. Scompare così l’Impero medo e l’egemonia nella regione iranica passa ai Persiani. La capitale dei Medi, Ecbatana, diviene la sede estiva della corte degli Achemenidi, che nei documenti babilonesi appaiono dal 546 a.C. come i re di Persia.

L’Impero persiano assume una posizione di primo piano nella storia non solo dell’Asia, ma di tutto il mondo antico e si contraddistingue per lo spirito di clemenza fino a quel momento ignoto a quei popoli. I principi vinti non periscono nei tormenti, ma vengono mantenuti in vita, e non di rado ricevono incarichi nell’amministrazione imperiale. Ciro il Grande, una delle figure più maestose dell’antichità, spicca su ogni altra per aver temperato il valore e l’intraprendenza in guerra con la sapienza organizzativa e con un raro senso di tolleranza e di umanità; i popoli sottomessi conservano la propria religione, le leggi, i costumi.

L’antica capitale Pasargade, che aveva preso il nome dalla più potente tra dieci tribù, diviene il luogo sacro delle memorie e e delle glorie degli Achemenidi; Ciro vi fa edificare il suo sepolcro. La capitale viene collocata a Persepoli, città fatta costruire da Ciro stesso, a nord-ovest di Pasargade.

Tutta l’Asia Minore diviene provincia dell’Impero dei Persiani; anche le città elleniche sono costrette a dichiararsi tributarie del re di Persia. In breve anche il regno di Babilonia è sottomesso e Ciro è riconosciuto re anche dalle popolazioni di Siria, Fenica e Palestina. Tutta l’Asia anteriore, dalla Bactriana al mar Egeo e dal Caucaso alla Palestina diviene dominio dei Persiani.

Ciro viene ucciso in battaglia in Asia centrale nel 529 a.C., prima di poter compiere la conquista dell’Egitto, portata a termine da suo figlio Cambise (525), che muore nel 522 mentre ritorna in Persia.

Gli succede un Achemenide, Dario I, figlio del saptrapo Istapse, le cui imprese ci sono note da fonti greche, dalle iscrizioni stesse del Re, soprattutto quelle di Persepoli.

Con Dario I L’impero achemenide raggiunge la massima estensione, che si spinge fino all’Indo ad est e fino alla Tracia ad ovest.

I Persiani sono tolleranti verso le culture locali, seguendo il precedente instaurato da Ciro il Grande, atteggiamento che riduce notevolmente le rivolte dei popoli soggetti; il potere centrale rispetta la libertà religiosa e assicura la prosperità economica dei singoli popoli sottomessi, traendone a un tempo, con i tributi e le prestazioni in natura, i mezzi per una fastosa vita di corte e per un’imponente attività edilizia.

L’immenso impero viene diviso in venti satrapie (o province), ognuna amministrata da un satrapo (governatore), collegate da una mirabile rete stradale. L’andamento dell’amministrazione è sorvegliato da ispettori detti occhi e orecchie del re. L’autorità del Gran Re è naturalmente assoluta, la sua volontà è legge; ma presso di lui siede un’assemblea di cittadini notabili, che contribuisce all’elaborazione delle deliberazioni. Nell’amministrazione imperiale sono accolti sudditi di ogni nazionalità.

Dario I istituisce un sistema di tributi per tassare ogni satrapia, adotta e migliora il già avanzato sistema postale assiro, costruisce la famosa Strada Regia, lunga 24 mila chilometri, che congiungeva Susa a Sardi, gli estremi dell’impero. Sposta l’amministrazione centrale da Persepoli a Susa, più vicina a Babilonia e al centro del regno.

L’espansione persiana porta Dario I a scontrarsi con i Greci, contro i quali viene sconfitto nella battaglia di Maratona (490 a.C.). Nel 486 a.C., anno della morte di Dario I, l’Egitto tenta la ribellione.

Il successore di Dario I, il figlio Serse, dopo aver ridotto gli Egizi all’obbedienza, deve impegnarsi lungo i confini occidentali al fine di ristabilire nell’Egeo il prestigio e la potenza dell’impero. Nel 480 a.C. Atene è conquistata, ma poco dopo la flotta viene sbaragliata dalle navi ateniesi (battaglie di Salamina e di Platea, 479 a.C.). Il tentativo di Serse, di ristabilire il controllo imperiale sull’Egeo e di aprirsi la via a un’eventuale espansione verso Occidente abbattendo la Grecia, fallisce.

Nel 464 a.C. Serse muore. Anche il suo successore, Artaserse I, è costretto a reprimere una rivolta in Egitto. Nel 424 a.C., dopo il breve regno di Serse II, succede Dario II, che ha l’opportunità di costringere le città greche d’Asia a riconoscere l’autorità imperiale poichè Atene si è indebolita nel corso della lunga guerra con Sparta. Alla morte di Dario II, sale al trono Artaserse II, presto minacciato dal fratello Ciro che pretende il regno. La battaglia di Cunassa (401 a.C.) risolve il dissidio a favore di Artaserse, poichè Ciro cade in battaglia. Gli ultimi anni del regno di Artaserse II vedono numerose rivolte dei satrapi, mentre l’Egitto ancora una volta trova l’energia per respingere una spedizione punitiva.

La concezione del compito dei re appare presso gli Achemenidi ispirata alla dottrina religiosa del medo Zarathustra vissuto intorno al 600 a.C., che riorganizza il pantheon tradizionale in direzione monoteista, enfatizzandone gli aspetti dualistici della lotta eterna tra il Bene e il Male, in attesa della battaglia finale ancora da venire. Vi è nel mondo un dio sommo Ahura-Mazdah, che è il principio del bene e della giustizia, in perpetua lotta contro il male e l’ingiustizia. I re achemenidi ricevono da Ahura-Mazdah il potere regale appunto perchè con le loro opere di pace e di guerra allontanino il male e l’ingiustizia e stabiliscano il bene e la giustizia. Come recita un’iscrizione lasciataci da Dario “è degno di ricompensa chi coltiva il proprio campo”, ogni popolo, ogni comunità che sia sotto l’autorità del Gran Re, è libera di vivere secondo le sue leggi, i suoi costumi, la sua religione, di scegliersi i suoi capi, di adorare i suoi dei, purchè ciò non sia causa di male e di ingiustizia.

Secondo Zarathustra, Ahura-Mazdah creò il mondo e l’uomo, diede a questo la facoltà di distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto e gli diede ancora la libertà congiunta alla responsabilità delle azioni. La vita è bene, la morte è male; è giusto l’uomo che conserva ciò che è vivo, è ingiusto l’uomo che uccide ciò che vivo. Ahura-Mazdah ha dato fin dal principio la facoltà di agire rettamente; ai sovrani achemenidi in particolare ha dato l’autorità di tutelare la pace fra i popoli. Il Gran Re non riceve il compito di costringere con la forza o di piegare con la persuasione i popoli a riconoscere Ahura-Mazdah, il sommo e solo dio, ma soltanto di assicurare nel mondo il trionfo del bene e della giustizia secondo la volontà divina.

Lo Zoroastrismo sarebbe diventato, così come le pratiche misteriche della tribù dei Magi, un tratto caratteristico della cultura persiana.

Alessandro Magno

Durante il regno di Artaserse III, succeduto ad Artaserse II, morto nel 358 a.C., continua il processo di decadenza dell’impero, mentre in Grecia con gran abilità e cautela Filippo di Macedonia cerca di raccogliere le città greche sotto la sua egemonia senza che il governo persiano sospetti di lui come prossimo avversario.

Dopo la morte di Artaserse III (338 a.C.), ucciso per una congiura di palazzo, vi è un periodo di aspre lotte per la successione; Filippo approfitta della situazione per inviare in Asia Minore un corpo di spedizione, ma nel 336 a.C. viene ucciso. La successione del trono macedone tocca ad Alessandro, mentre l’Impero achemenide passa a Dario III.

Alessandro porta il suo esercito in Asia Minore e si impossessa rapidamente di LidiaFenicia ed Egitto, sconfigge i Persiani a Isso e conquista Susa, la capitale dell’impero. Dopo aver debellato le ultime resistenze, l’Impero persiano cade così definitivamente nelle sue mani mentre viene elaborata una struttura amministrativa e di governo idonea a contemperare gli interessi e le tradizioni dei Persiani e dei Macedoni. Ma Alessandro muore nel 323 a.C. prima di poter attuare anche in parte i disegni che la tradizione gli attribuisce. Alla sua morte, Macedoni e Orientali non celano più il dissidio di civiltà e di tradizione che li divide. Il processo di conciliazione si arresta poichè gli interessi e gli orgogli opposti non trovano più chi li possa arbitrare con autorità e buona fede. L’Impero appena conquistato pare subito sul punto di disgregarsi: nel 281 a.C. appare definitivamente diviso in tre regni: la Macedonia con le dipendenze europee agli Antigonidi, l’Egitto ai Tolomei, l’Asia Minore e le altre province orientali fino all’Indo ai Seleucidi.

Selucidi e Parti

Dalla conquista di Alessandro in poi, la cultura ellenica penetra largamente nei territori asiatici; si diffonde la lingua, la filosofia e l’arte dei Greci. In tutto quello che era stato l’impero di Alessandro, il greco diviene la lingua della diplomazia e della letteratura. Il commercio con la Cina, iniziato sotto gli Achemenidi lungo la Via della Seta, è incrementato notevolmente. Sempre più frequenti anche gli scambi culturali: il Buddismo si diffonde dall’India e lo Zoroastrismo si propaga verso ovest, influenzando l’Ebraismo. Meravigliose statue di Buddha, in stile greco classico, rinvenute in Persia e in Afghanistan, illustrano la commistione di culture che si verifica in questo periodo.

Ma politicamente l’Impero dei Seleucidi, composto di molte nazionalità, diverse tra loro per lingua, costumi, interessi e religione, appare fragilissimo. I principi seleucidi si dimostrano deboli, incapaci di ridurre a unità quella massa enorme di genti eterogenee. La capitale viene spostata ad Antiochia (così chiamata dal successore di Seleuco) in Siria, situata presso i confini occidentali dello Stato, da cui molto difficilmente si possono controllare le province poste nelle parti estreme dell’impero.

Con i successori di Seleuco, man mano vanno perdute la Frigia settentrionale, la Battriana, la Partia, l’Armenia.

In particolare, nel centro nella Mesopotamia e nella Media, sorge lo stato feudale e militare dei Parti, che per cinque secoli si dimostra come il più vitale e aggressivo avversario prima dei Seleucidi e poi di Roma.

Divenuti indipendenti dai Seleucidi nel 238 a.C., i Parti tentano invano di espandersi verso la Persia, fino all’avvento di Mitridate I al trono di Partia nel 170 a.C. circa. L’Impero partico confina con l’Impero romano lungo l’alto corso dell’Eufrate; le guerre tra loro sono frequenti, la Mesopotamia serve spesso da campo di battaglia. Durante il periodo Partico, si assiste a una risorgenza della cultura persiana a scapito di quella ellenistica o ellenizzata, ma l’impero rimane politicamente instabile.

L’amministrazione è divisa tra sette grandi clan, che costituiscono la Confederazione dei Dahai, ognuno dei quali governa una provincia dell’impero. Le continue guerre con Roma ad ovest e l’impero Kushan ad est, prosciugano le risorse dello stato, mentre la nobiltà ottiene sempre maggiori concessioni, rifiutandosi spesso di obbedire al sovrano. L’ultimo re partico, Artabano IV, riesce inizialmente a rendere più coeso l’impero, finché il suo vassallo persiano Aradashir I si ribella mettendo fine alla dinastia Arsacide. Nel 226 entra in Ctesifonte e stabilisce le fondamenta del secondo impero persiano, guidato dai re Sasanidi.

Sasanidi

Agli Arsacidi nel 226 d.C segue la dinastia dei Sasanidi con il re Ardashir I, nipote di Sasan, sacerdote del Tempio della dea Anahita a Persepoli (da cui deriva il nome della dinastia). Ardashir I si impadronisce della città di Ctesifonte, ne fa la propria capitale e, venuto in possesso di tutto il territorio che era stato degli Arsacidi (eccetto l’Armenia), assume il vecchio titolo di Re dei Re, per sottolineare che quella dei Sasanidi è la prima dinastia reale persiana dai tempi degli Achemenidi: i suoi regnanti si considerano infatti i successori legittimi di Dario e di Ciro.

Ardashir I si adopera in ogni modo per ravvivare le tradizioni dell’antica cultura persiana e della religione zoroastriana, a lungo trascurate durante l’epoca ellenistica. Lo Zoroastrismo diviene la religione ufficiale dello Stato (poco praticata tuttavia dal popolo) e si diffonde anche nelle province. Le altre religioni sono sporadicamente perseguitate, in particolare la Chiesa cristiano-ortodossa per i suoi legami con l’Impero Romano d’Oriente. La Chiesa cristiana nestoriana

è tollerata invece e perfino favorita.

Il figlio di Ardashir I, Shahpour I, succedutogli nel 241 d.C., come il padre cerca di impadronirsi sia dell’Armenia che della Mesopotamia, sconfiggendo e facendo prigioniero a Edessa nel 260 d.C. l’imperatore Valeriano, accorso a difendere le regioni di confine dell’Impero romano.

Negli anni successivi, lunghe lotte interiori offrono l’occasione a Giustiniano e al suo generale Belisario d’intervenire anche se con poca fortuna: sotto il regno di Cosroe I, la Persia sasanide conosce il il più alto grado di potenza politica e di splendore culturale. L’impero non solo è salvo, ma riesce ad espandersi verso occidente, annettendo Antiochia e lo Yemen. Per questo Cosroe I viene considerato il più grande della dinastia sasanide.

La Persia sasanide è uno Stato fortemente centralizzato. La popolazione è organizzata in un rigido sistema di caste: sacerdoti, militari, scribi, e plebei.

L’organizzazione dell’impero è essenzialmente aristocratica, il sovrano, tramite i suoi funzionari, esercita tutti i poteri: riscuote le imposte, facendo del ricavato l’impiego che più gli pare conveniente alla sicurezza e alla prosperità dello Stato; promulga le leggi, assistito da un consiglio di alti funzionari; governa conformandosi alle leggi e alle consuetudini o discostandosene ove gli sembra opportuno.

La guerra con i Romani bizantini segna l’inizio della fine dell’impero sasanide. Dopo aver raggiunto Gerusalemme, l’esercito persiano viene aggirato dall’imperatore bizantino Eraclio in Asia Minore, infliggendo ai Sasanidi una disastrosa sconfitta che li costringe a ritirarsi e a cedere tutti i territori conquistati. Questa sconfitta è ricordata dal Corano come una vittoria dei credenti (con riferimento ai Romani, cristiani e quindi discendenti da Abramo, come i musulmani) sui pagani Sasanidi.

Con Yezdegerd III si chiude il periodo della dinastia sasanide e quello dell’indipendenza persiana, che cade sotto gli Arabi, accolti come liberatori dalla maggioranza delle popolazioni del paese.

La Persia cessa così di esistere come Stato, perde la sua religione nazionale che finisce per sparire quasi completamente a favore dell’islamismo.

Non mancano tuttavia dei successori di Jazdagart III, alcuni sorretti dai Cinesi, e altre piccole dinastie nazionali che continuano a mantenersi indipendenti dagli Arabi nelle regioni montuose più orientali, ma nel suo insieme l’Impero persiano è ormai dominio degli Arabi, che pongono la loro capitale prima a Medina, poi a Damasco e infine a Bagdad. Solo le tradizioni di di cultura e di civiltà iraniche non si estinguono.

L’invasione araba

Alla morte del profeta Maometto (632 d.C.), la sua famiglia viene tenuta lontano dal potere che è invece conferito ai Compagni del profeta. Alī (suo genero e cugino) e Hossein (figlio di Alī), che aveva sposato una principessa persiana della dinastia sasanide, vengono barbaramente assassinati e il potere rimane così nelle mani della corrente che in seguito sarà definita sunnita.

L’invasione araba (652 d.C.), cominciata quasi subito dopo la morte di Maometto, durante i califfati di Omar e Otman (rispettivamente secondo e terzo successore di Maometto) coincide con il declino della dinastia sasanide e segna il passaggio della Persia nell’età islamica, che ne modifica profondamente l’assetto sociale e la vita spirituale

La lingua araba diviene la nuova lingua franca, lo zoroastrismo decade rapidamente di fronte ad un’intensiva islamizzazione, ad eccezione di piccoli gruppi di adepti nelle regioni più remote e impervie dello Stato.

L’Islam viene abbracciato dalla maggior parte del popolo iranico (anche per motivi economici e sociali) e lo permea profondamente ricevendone in cambio influssi e reazioni che si possono cogliere nella sua ulteriore evoluzione religiosa e culturale.

A partire dall’800 d.C. le feste religiose zoroastriane si rimodellano in funzione della religione islamica predominante.

Grandi sono i contributi della Persia agli sviluppi della civiltà araba, soprattutto per quanto riguarda l’amministrazione dello stato, sebbene il senso e il ricordo della propria passata autonomia e libertà spingano i Persiani a non poche ribellioni contro il dominio dei califfi.

L’impero arabo, guidato dalla dinastia Omayyade e con capitale Damasco, è lo Stato più esteso mai visto fino ad allora: dalla Penisola Iberica al fiume Indo, e dal Lago d’Aral alla punta meridionale della Penisola Araba. La Persia è per quasi due secoli una provincia dell’Impero dei califfi.

Ma rivalità tribali arabe e fermenti nazionali e sociali iranici fanno esplodere, verso la metà dell’VIII sec., dalla provincia di frontiera del Khorassan, una rivoluzione che abbatte il califfato degli Omayyadi (661-750) sostituendovi quello degli Abbasidi (750-1258), arabi anch’essi, ma poggiantisi a forze militari e civili in buona parte iraniche.

Con gli Abbasidi, la Persia assume un ruolo centrale nella storia dell’impero.

Pochi decenni dopo, del resto, si cominciano a formare nella Persia nord-orientale quelle autonome dinastie periferiche con cui inizia lo sfaldamento del califfato arabo unitario. Tra queste la dinastia Samanide, una delle prime dinastie autonome indigene dopo la conquista araba, governa nelle regioni orientali della Persia, elegge Samarcanda, Bukhara, e Herat a sue capitali e rivitalizza la lingua e la cultura persiane. Non più semplice provincia dell’impero, la Persia accentua il suo carattere nazionale, all’interno di un mondo islamico che diventa sempre più composito.

Selgiuchidi

Nel 1037 il mondo musulmano è nuovamente scosso dall’invasione dei Turchi Selgiuchidi da nord-est, che creano un grande stato unitario nelle province orientali del califfato e e consentono la fioritura della cultura islamica medievale. Nonostante la loro primitiva rozzezza, i Turchi presto si inciviliscono a contatto con i Persiani. È questo un periodo di grande floridezza economica e di rigoglio culturale per la Persia islamizzata; i Selgiuchidi non sono solo interessati alla conquista, ma anche alla pacifica organizzazione e alla prosperità del Paese. In questi anni viene costruita la favolosa Moschea del Venerdì a ” a Isfahan e Omar Khayyam, tra i più noti poeti persiani, scrive le sue opere maggiori

Mongoli

Lo stato selgiuchide cade verso la metà del XII sec.; poco dopo inizia la grande invasione dei Mongoli di Genghis Khan, che devastano spaventosamente la Persia distruggendo città e popolazioni, nonchè una moltitudine dei monumenti più significativi del suo glorioso passato.

In breve, la Persia diventa un Ilkhanato, un dominio infeudato alla sovranità mongola. Qualche decennio dopo però, i successori di Genghis Khan cominciano a dirozzarsi sotto l’influenza dei popoli assoggettati, a coltivare le raffnate tradizioni della Persia, a interessarsi alla cultura, a patrocinare le arti, a curare lo sviluppo delle lettere e delle scienze, a riedificare i monumenti distrutti, a riavviare i commerci, contribuendo così a risollevare il Paese dopo le devastazioni subite.

Alla morte dell’ultimo Ilkhan, alla fine del XIV sec., l’Impero si frantuma in numerosi staterelli e la Persia è nuovamente esposta ad una seconda invasione mongolica con Tamerlano. La Persia torna a far parte di un nuovo immenso impero, di cui costituisce uno degli stati più importanti, con capitale Samarcanda. In questa, come nelle altre città persiane, i Timuridi (successori di Tamerlano), danno vita a un periodo di rinnovato splendore economico e culturale, specie nel campo delle indistrie tessili artistiche, della pittura, delle miniature. Ai Timuridi succede un periodo di anarchia, di disfacimento politico con frazionamenti territoriali; il Paese viene riunificato nel XVI sec. sotto i Safavidi, il cui regno (1502-1730) inaugura la storia moderna della nazione persiana.

Safavidi

Con la dinastia Safavide, originaria dell’Azerbaijan, a quel tempo considerato parte della regione persiana, si assiste all’unificazione di tutto l’Iran.

In questi anni la Persia passa all’islamismo sciita soprattutto al fine di contrapporsi all’Impero ottomano sunnita e diventa la più grande nazione sciita del mondo musulmano.

Lo scià Ismail (1499-1524) lascia ai suoi successori uno stato saldamente organizzato che, entrato in rapporto anche con l’Europa cristiana, grazie a viaggiatori (tra cui Pietro Della Valle) e a missioni religiose, raggiunge il massimo della sua floridezza economica e culturale sotto lo scià Abbas il Grande (1587 – 1629), quarto successore di Ismail. Abbas sposta la capitale a Isfahan (che in breve tempo diviene uno dei più importanti centri culturali del mondo islamico), sigla la pace con gli Ottomani, riforma l’esercito, caccia gli Uzbeki dalla Persia e cattura la base portoghese sull’isola di Ormuz.

I suoi successori non ne mantengono le acquisizioni e nel 1722 la nazione è travolta da un’invasione afghana alla quale si affiancano i Turchi ottomani e i Russi di Pietro il Grande per conquistare le province occidental.

Anche se la Persia riesce a respingerli senza perdite territoriali, i Safavidi ne escono piuttosto indeboliti, e quando, quello stesso anno, essi cercano di convertire forzatamente allo sciismo gli Afghani di confessione sunnita, ne consegue una sanguinosa rivolta che mette fine alla loro dinastia.

Zand

Il regno risorge ancora una volta per opera di un avventuriero sunnita del Khorasan Nader Shah (1736-47) che, negli undici anni del suo governo, caccia gli afghani, conquistandone anzi il paese con varie province occidentali. Resosi despota detestato, cade vittima di una congiura di palazzo nel 1747.

La sua morte è succeduta da una serie di lotte, dalle quali prevale la dinastia Zand, il cui primo e più grande rappresentante Karim-Khan che, pur senza assumere il titolo di scià, ma soltanto quello di reggente (wakil), governa con giustizia e fermezza, nonostante le numerose difficoltà dal 1750 al 1779. Gli Zand però ben presto si dimostrano

Qajar

La Persia trova una relativa stabilità con l’insediamento della dinastia turca dei Qajar (1794-1925) costretta ben presto ad affrontare continue lotte sia con gli elementi locali, che non vogliono riconoscerne la sovranità, sia con i Russi e con gli Inglesi, che compiono notevoli conquiste a danno del paese, senza mai invaderlo direttamente, ma rendendolo sempre più economicamente dipendente.

Se politicamente l’epoca qajar è caratterizzata dall’oppressione, in campo economico si cedono al controllo europeo parti cospicue del territorio nazionale e lo sfruttamento delle più importanti risorse del Paese, fino a giungere ad un accordo per dividere la Persia in tre zone d’influenza, di cui la settentrionale è assegnata alla Russia, la sudorientale all’Inghilterra e la terza tenuta in commune.

Lo scià Mohammad Ali Qajar garantisce a William Knox d’Arcy, poi direttore della Anglo-Persian Oil Company, una concessione per esplorare e sfruttare i giacimenti di petrolio scoperti a Masjid al-Soleyman nella Persia sud-occidentale, a difesa dei quali viene schierato un contingente di truppe britanniche.

Non mancano però anche i primi accenni di risveglio nazionale, grazie all’opera di una èlite di intellettuali, religiosi e laici che, tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, ottiene la Costituzione parlamentare (1906) e cerca di mantenere intatti i beni del Paese.

Nel corso della I guerra mondiale (1914-1918), la nazione vive in piena anarchia ed è soltanto in forza della rivoluzione russa che la Persia viene salvata da ulteriori smembramenti o conquiste o protettorati da parte delle potenze europee, specialmente dell’Inghilterra, contro la quale si impegna a difenderla il governo sovietico con i trattati del 1919 e del 1921, assicurandole anche la libera navigazione sul Caspio.

Pahlavi

Nel dopoguerra si rivela e si impone la figura di Reza Khan, un ufficiale nativo del Mazanderan che, con l’aiuto soprattutto britannico, depone l’ultimo scià qajar nel 1923 e diviene, con il titolo di primo ministro, il capo effettivo dello Stato. Due anni dopo (31 ottobre 1925), dal Parlamento viene proclamato sovrano costituzionale della Persia con il nome di Scià Reza Pahlavi, con il diritto di trasmettere la corona ai suoi discendenti.

La nuova dinastia inaugura una politica di graduale europeizzazione, modellando su schemi europei l’esercito e inserendo il paese in un nuovo equilibrio internazionale. All’interno, una rete di strade, ferrovie e linee aeree permette di migliorare le comunicazioni economiche e commerciali e la distribuzione del potere amministrativo e politico, mentre le riforme della Banca nazionale e dei codici danno, almeno in apparenza, un volto più moderno alle strutture legislative e finanziarie dello Stato. Il rinnovo delle concessioni petrolifere all’Anglo-Persian Oil Company (1939) offre più copiose fonti di denaro al bilancio del paese che dal 22 marzo 1935 assume ufficialmente la denominazione di Iran.

Allo scoppio della II guerra mondiale, l’Iran si dichiara neutrale, ma l’enorme importanza dei giacimenti petroliferi e il fondamentale valore strategico della sua posizione geografica, nodo delle comunicazioni medio-orientali, spingono Inghilterra e Russia a presentare un duro ultimatum (25 agosto 1941), a cui segue da nord e da sud l’occupazione militare del paese. Porti, ferrovie, centri petroliferi sono presidiati dalle forze anglo-russe, che entrano in Teheran il 18 settembre 1941, due giorni dopo l’abdicazione di Reza Pahlavi (esiliato poi alle isole Mauritius) in favore del figlio Mohammad Reza. In seguito, un trattato anglo-russo-persiano garantisce la sovranità persiana e promette il ritiro delle truppe straniere in cambio del libero transito alle truppe alleate e della rottura delle relazioni con Germania e Italia. Nel dicembre del 1943 a Teheran, Roosvelt, Churchill e Stalin tengono uno dei loro più importanti convegni; si inaugura un nuovo periodo di ammodernamento delle strutture statali, che favorisce soprattutto il sorgere di un’alternanza di partiti politici concorrenti, i maggiori dei quali sono il Tudeh (massa), progressista e filorusso e il Mellat (popolo), conservatore e moderato, filoinglese.

Dal 1947 inzia invece un periodo di progressiva avanzata delle correnti conservatrici, con all’interno il rafforzamento della situazione privilegiata dei gruppi latifondistici e all’estero il graduale distacco dell’amicizia con l’U.R.S.S. Nel 1949 viene sciolto il Tudeh e si introducono misure restrittive delle libertà costituzionali. Schiacciato dalle contrastanti influenze dei due blocchi mondiali, l’Iran attraversa anni agitatissimi. Il movimento capeggiato dal Primo Ministro Mohammad Mossadeq riesce a far approvare nel 1951 la legge che nazionalizza la compagnia petrolifera Anglo-Iranian Oil Company, aprendo un contenzioso internazionale. La CIA organizza un colpo di Stato contro Mossadeq; i Britannici impongono un embargo al Paese, impedendo l’esportazione del petrolio. La grave crisi politica si conclude nella primavera del 1953 con l’arresto di Mossadeq e dei suoi più immediati collaboratori, con il ritorno in patria dello scià (dopo un breve esilio a Roma) e con un cospicuo aiuto finanziario degli Stati Uniti di 45 milioni di dollari al nuovo governo per superare le difficoltà finanziarie più immediate.

I primi anni ‘60 sono caratterizzati dalla cosiddetta rivoluzione bianca promossa dallo scià che, presentata come riforma agraria, mira all’industrializzazione del Paese e alla creazione di un capitale nazionale. Nel 1971, quale segno della stabilità del Paese e dei successi della rivoluzione bianca, si celebrano i 2500 anni della monarchia persiana con sontuosi festeggiamenti, che costano alle casse dello Stato 250 milioni di dollari.

Sono questi gli anni di una pesante politica di occidentalizzazione del Paese, che sarà la prima causa della caduta della dinastia. I cambiamenti avvenuti nella società iraniana sono del tutto insoddisfacenti: la sperequazione sociale tende ad aumentare, escludendo dai profitti non solo gli strati popolari e la classe operaia, costretta a condizioni di vita miserevoli, ma anche i ceti medi, professionisti e commercianti, già privati dell’accesso a qualsiasi forma di potere decisionale. A tutto ciò si aggiunge una durissima repressione sulla vita culturale e politica. Nel 1975 lo scià dichiara illegali tutti i partiti politici, dissolvendo di fatto ogni forma di opposizione legale e favorendo la nascita di movimenti clandestini di resistenza. A partire dal 1977 si verifica una forte crescita del movimento di opposizione al regime, la cui direzione venne rapidamente conquistata dai religiosi sciiti. La corona sottovaluta la profonda spiritualità del popolo e il ruolo del clero nella società. Negli anni ‘70 la rivoluzione dilaga nel Paese senza che la corte se ne renda inizialmente conto.

Rivoluzione e repubblica Islamica

All’inizio i feddayyin-e khald (volontari del popolo), d’ispirazione marxista, guidano la guerriglia, poi decidono di unirsi ai mujaheddin islamici per coinvolgere nella lotta sempre più ampi strati della popolazione ed allargare così le basi della protesta. Le forze di sinistra ritengono, erroneamente, di poter gestire e limitare il potere del clero in un paese ormai laico e moderno, dove l’applicazione della sharia sembra un’ipotesi lontana dal potersi effettivamente realizzare, ma il clero sciita, esautorando i gruppi di ispirazione politica, diventa in breve tempo l’unico riferimento della rivolta.

L’Ayatollah Khomeini, dal suo esilio parigino, incita alla rivoluzione attraverso messaggi registrati su audiocassette che vengono diffuse in tutto il Paese, mentre lo scià compie l’ultimo disperato tentativo di salvare il trono mediante la nomina del democratico Shahpour Bakhtiar a Primo Ministro, che accetta a condizione che il sovrano lasci temporaneamente il Paese. Reza Pahlavi parte quindi per l’Egitto il 16 gennaio 1979, ma la popolazione, seppure entusiasta per l’avvenimento, non cessa la lotta, considerando la partenza dello scià un’ulteriore prova della debolezza e dell’imminente crollo della monarchia. Bakhtiar concede la libertà di stampa, indice libere elezioni e blocca la fornitura di petrolio a Israele e Sudafrica. Khomeini però non riconosce il suo governo e nel febbraio del 1979, con un aereo da Parigi, atterra all’aeroporto di Teheran. Le manifestazioni a favore di Khomeini si moltiplicano, mentre sempre più numerose diventano le diserzioni nell’esercito, che poco dopo annuncia il proprio disimpegno dalla lotta. A Bakhtiar non resta che darsi alla fuga. Il 30 marzo 1979 un Referendum sancisce la nascita della Repubblica Islamica dell’Iran con il 98% dei voti. L’Ayatollah Khomeini, capo del consiglio rivoluzionario, assume di fatto il potere, Primo Ministro provvisorio è Mehdi Bazargan. La nuova costituzione prevede l’esistenza parallela di due ordini di poteri: quello politico tradizionale rappresentato dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento, e quello di ispirazione religiosa affidato a una Guida Suprema (faqih) coadiuvata da un Consiglio dei Saggi (velayat-e faqih), che riconosce nell’Islam il vertice dello Stato. Viene istituito anche un corpo di Guardiani della rivoluzione (Pasdaran). Tra le prime decisioni del Consiglio, le massicce nazionalizzazioni che cambiano radicalmente la struttura economico-produttiva dell’Iran.

Intanto lo scià, da tempo malato di cancro, viene accolto negli USA per curarsi. Il nuovo potere iraniano ne chiede inutilmente l’estradizione provocando così manifestazioni di protesta antiamericane da parte degli studenti islamici, alcuni dei quali riecono a penetrare nell’Ambasciata americana a Teheran, prendendo in ostaggio circa 50 diplomatici e funzionari. Nell’aprile del 1980 il presidente americano Jimmy Carter ordina un’azzardata operazione di salvataggio, che però si conclude disastrosamente con la morte di otto militari statunitensi.La vicenda si conclude nel gennaio 1981 con la liberazione degli ostaggi in cambio di aiuti al Paese impegnato nella guerra contro l’Iraq, scatenata da Saddam Hossein nel settembre 1980, riaprendo antichi contrasti circa la sovranità su parte dello Shatt el-Arab e sperando in una guerra lampo. L’Iran resiste all’urto, sia pure pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, e tiene testa a Saddam per otto anni. La dolorosa guerra di posizione si conclude solo nel 1988 con un cessate il fuoco. L’attacco di Saddam, invece di mettere in crisi la nuova dirigenza dell’Iran, la legittima ancor più agli occhi degli iraniani radicandone il consenso, già alto.

All’interno del Paese, intanto, le elezioni del 1980 vedono la vittoria del Partito repubblicano islamico (PRI). Le elezioni legislative del 1984 sanciscono il carattere di stato a partito unico, ma nel 1987 anche il PRI viene sciolto dall’Ayatollah Khomeini, che dichiara esauriti i suoi compiti.

Dal 1988 pertanto, le elezioni vedono la partecipazione di candidati non più legati a vincoli di partito, anche se facenti parte a gruppi e correnti diversi.

Le elezioni presidenziali dell’agosto 1985 confermano capo dello stato l’Ayatollah Ali Khamenei (eletto per la prima volta nel 1981); che nel 1989 succede all’Ayatollah Khomeini, morto in giugno, quale guida religiosa del Paese, e, alla Presidenza della Repubblica, viene eletto l’Ayatollah Hashemi Rafsanjani.

Una riforma costituzionale, approvata tramite referendum nello stesso anno, abolisce la carica di Primo Ministro e rafforza i poteri presidenziali. I negoziati di pace tra Iran e Iraq, avviati dopo il cessate il fuoco dell’agosto 1989, rimangono di fatto bloccati fino all’agosto 1990, quando la crisi internazionale apertasi con l’occupazione del Kuwait da parte dell’esercito iracheno induce Baghdad a riconoscere la sovranità iraniana sullo Shatt el-Arab. Ciò consente la riapertura di relazioni diplomatiche fra i due paesi nel settembre del 1990.

Dal 1997 al 2005 la carica di Presidente della Repubblica è ricoperta da Mohammad Khatami (riformista); nel giugno 2005 viene eletto Mahmoud Ahmadinejad (conservatore).)

Da una ventina d’anni, l’Iran si è dotato di centrali nucleari con tecnologia principalmente fornita dalla Russia, allo scopo di ridurre la sua dipendenza dal petrolio (l’Iran consuma ad uso interno il 40% del greggio che estrae). Negli ultimi anni il governo iraniano ha deciso di arricchire da solo l’uranio usato come combustibile nelle proprie centrali nucleari, provocando la reazione della comunità internazionale e originando una crisi dagli sviluppi ancora non prevedibili. Il Presidente Ahmadinejad però sostiene il diritto dell’Iran ad avere la propria tecnologia nucleare, così come ne dispongono molti altri Paesi (Europa, USA, Israele, Cina, Giappone, Russia, ecc).

STORIA DELL’ARTE PERSIANA

La preistoria nell’altopiano iranico è documentata dai ritrovamenti di ceramica decorata (fine V millennio e IV millennio a.C.) a Tepe Siyalk e a Tepe Hissan presso Kashan, nel centro dell’Iran.

In questo stesso periodo a Susa si sviluppa la civiltà elamita, con la produzione di un elegante vasellame dipinto a motivi geometrici, zoomorfici e con figure umane stilizzate di notevole effetto ornamentale, di significato religioso e astrologico.

Successivamente, nel periodo di maggior splendore dell’Elam, si costruiscono edifici religiosi, come l’imponente ziqqurat (torre templare a gradini, paragonabile alle prime piramidi) rinvenuta a Choga Zanbil e numerosi manufatti in bronzo.

Ai Medi (728 a.C. – 550 a.C.) risalgono le tombi rupestri di Dukkan-i Dawud, di Farhad u-Shirin, di Fakhraka con prospetto caratterizzato da una copertura a tettoia sostenuta da colonne a protezione della porta d’ingresso, e con bassorilievi funerari. Della loro capitale, Ecbatana (oggi Hamadan) rimane la suggestiva descrizione di Polibio.

Nell’arte del periodo achemenide (648 a.C. – 330 a.C.) converge tutto ciò che è stato creato nel corso dei millenni dai popoli dell’Asia, le cui antiche ed eterogenee tradizioni si fondono l’una con l’altra.

Sin dall’inizio l’arte ha la sua funzione specifica di glorificare il re, le sue imprese e i suoi dei. È il Bene che vince sul Male, l’ordine che si impone al disordine: scompaiono gli episodi di guerra e le scene violente vengono sostituite da lunghe processioni di tributari e donatori. Malgrado gli evidenti legami con quella egiziana e babilonese, l’arte iranica si fa interprete di quell’aspirazione a una sovranità universale già profondamente sentita dal mondo mesopotamico, ed è quindi tutta rivolta all’esaltazione dell’autorità del re con la creazione di forme solennemente grandiose.

Le prime testimonianze dell’architettura achemenide sono i resti noti con il nome di Masged-e Soleyman. Questa prima dimora fortificata del principe persiano è costruita su un’imponente piattaforma o terrazza artificiale addossata a pendici montuose. Le sue caratteristiche si ritroveranno anche nelle città capitali. La prima di queste, Pasargade, è formata da piccole case immerse nel verde dei giardini, da lussuosi palazzi reali e da una cittadella posta a difesa della città vera e propria. I palazzi, eretti su terrazze fortificate, includono portici, scalinate, ingressi monumentali e comprendono l’apadana, immensa sala riservata alle udienze su decine di colonne dai fastosi capitelli decorati con figure animali. Proprio l’uso razionale e sempre più diffuso della colonna accentua il senso di grandiosità.

La seconda capitale achemenide è Persepoli, costruita su una piattaforma artificiale e circondata da muraglie; sulla terrazza sono disposti i palazzi dei sovrani, i templi, l’harem, il tesoro. Il complesso, eretto e ornato in tutte le sue parti in funzione delle grandi cerimonie del capodanno, è concepito come simbolo del potere regio e della divinità. I portali sono decorati da grandi bassorilievi di ispirazione assiro-babilonese, raffiguranti tori alati o geni o re in lotta con belve e mostri; le rampe delle scalinate reali, invece, sono fiancheggiate da lastre con rilievi raffiguranti cortei di sudditi, cortigiani e soldati della guardia.

Gli edifici religiosi a noi pervenuti consistono in torri contenenti un’unica camera senza finestre, forse destinate a custodire il fuoco eterno, come a Naqsh-e Rostam, nei dintorni di Persepoli, in cui sono presenti anche tombe rupestri con facciata a imitazione della fronte del palazzo e decorazione a bassorilievi.

Unico mausoleo regale che faccia eccezione all’uso dei sepolcri scavati nella roccia

è la tomba di Ciro, in prossimità di Pasargade, costruita in blocchi di pietra bianca. La struttura è molto semplice: un edificio rettangolare con tetto a due spioventi elevato, secondo la tradizione babilonese, su una piattaforma a gradini.

La scultura ha prevalentemente funzioni decorative e celebrative e si realizza nei raffinati e precisi bassorilievi che ornano i palazzi. Posto importante occupano le arti minori, come vasellame, armi e gioielli.

Con la conquista di Alessandro Magno e il successivo avvento della dinastia seleucide (330 a.C. – 150 a.C.), la produzione artistica, abbandonando o modificando le tradizioni propriamente iraniche, è soggetta alle più diverse influenze.

La conoscenza e l’apprezzamento dell’arte del periodo partico (250 a.C. – 226) sono tuttora in corso di approfondimento. Nella scultura e nella pittura, grazie ad un particolare verismo è possibile ricostruire, con buona precisione, fattezze, usi e costumi della gente del tempo. Rivelatrice è la cura dei particolari, in contrasto con la visione sintetica dell’ellenismo. L’arte partica, infatti, insiste sui valori descrittivi della linea, portati a un punto tale da rimuovere ogni aspetto naturalistico per dare alla figura una fissità ieratica, ben evidente dalla rigidezza delle posizioni: solo le braccia si muovono per il minimo indispensabile. Al carattere ieratico si può associare una forma di spiritualizzazione delle figure: lo sguardo, gli occhi spalancati e fissi, fanno emergere l’essenza ultraterrena della divinità o il fervore ispirato del fedele. Infine, la frontalità: i personaggi, singoli o in gruppo, sono sempre rappresentati di faccia. Notevoli le influenze greco-romane, tanto che l’arte partica è stata vista come un derivazione, sia pure trasfigurata, dell’arte greco-romana. L’architettura conserva tradizioni antiche, riallacciandosi nelle piante dei palazzi, a quella babilonese. Novità dell’epoca sono le sale a gradini che talvolta circondano le stanze principali. Probabili invenzioni partiche sono l‘iwan (sala di rappresentanza), a volta, interamente aperta da un lato, e il cortile quadrangolare, sul quale si aprono quattro iwan. Scarsa importanza, viene data alla colonna, che domina invece in quel periodo la scena architettonica dell’Occidente romano, qui invece diventa un semplice elemento di decorazione. Si sviluppa su larga scala e sistematicamente l’uso dello stucco, la cui tecnica è giunta probabilmente da Alessandria d’Egitto.

Con i Sasanidi (sec. III-VII d.C.) inizia il periodo più propriamente iranico di tutta la storia persiana, in cui lo spirito nazionale diviene il fattore essenziale di tutta la vita spirituale e politica del paese.

Nelle arti figurative, specie nell’arte ufficiale, si evidenzia più che altrove, il pragmatico intento di ricollegarsi alle tradizioni achemenidi, anche se lo spirito è profondamente diverso.Le grandi sculture rupestri celebrano l’essenza divina dei sovrani con scene d’investitura che vedono sullo stesso piano la divinità e il sovrano, che ne rappresenta l’autorità in terra.

Grande impulso viene dato all’urbanesimo con la ricostruzione o la fondazione di nuove città.

Nelle costruzioni si afferma la capacità di sfruttare l’arco e la volta in maniera razionale e armonica. Gli ambienti quadrati sono coperti con cupole su trombe d’angolo; le strutture sono prevalentemente in mattoni.

Nuovo signficato assume anche lo spazio interno, che diventa spazio-luce, con decorazioni colorate e grandi iwan; l’inevitabile pesantezza della materia è nascosta da rivestimenti policromi in vetro o in mosaico o in stucco, che ricoprono quasi per intero gli edifici con motivi geometrici o floreali.

I maggiori resti di architettura sasanide sono il cosiddetto Taq-i Kisra (la grande sala del trono nel palazzo reale) presso Baghdad, i palazzi di Firuzabad, Bishapur e Ctesifonte, i monumenti religiosi (templi del fuoco), le opere pubbliche (come il ponte di Sustar e di Dizful).

I bassorilievi regi, spesso eseguiti accanto a monumenti achemenidi, confermano l’intenzione dei Sasanidi di ricollegarsi con la più illustre tradizione nazionale; i personaggi sono convenzionalmente raffigurati, le scene puramente simboliche e statiche. Il livello artistico raggiunto si manifesta anche nelle arti minori. La produzione tessile acquista grande importanza; la decorazione ad arabeschi è tratta dalla pittura parietale e dagli stucchi. Gli stessi motivi si ritrovano su piatti, coppe, sigilli, cammei, ecc.

Con la conversione all’islamismo (650 – 934), le capacità creative del genio iranico contribuiscono alla nascita dell’arte islamica. Con opportuni adattamenti alla nuova religione, non si registrano rotture con il passato, ma si conservano antiche formule strutturali e planimetriche del patrimonio architettonico, che si sarebbero mantenute sostanzialmente immutate fino ai nostri giorni. Si fissa la tipologia della moschea a iwan, che fatta eccezione per la decorazione e la forma della cupola, rimane inalterata fino al XIX sec.

Anche l’antico patrimonio iconografico subisce un processo di islamizzazione: ciò che prima aveva un significato simbolico, d’ora innanzi assume una funzione esclusivamente decorativa.

Successivamente, in architettura si può parlare di uno stile ufficiale abbaside (parti più antiche della moschea maggiore di Isfahan, 760 circa, e della Moschea di Shiraz, 871). Le arti minori, invece, si mantengono fedeli alla tradizione sasanide, come dimostrano gli oggetti d’argento e di bronzo.

Con i Selgiuchidi (sec. XI-XIII) in architettura si sviluppano alcune tipologie iraniche tradizionali; il contributo più notevole è rappresentato dalla trasformazione della moschea ipostila nella cosiddetta moschea-madrasa (accademia teologica), costituita da quattro iwan disposti a croce, prospicienti una corte; splendido esempio ne è la Moschea del Venerdì di Isfahan.

L’architettura civile ci è nota dai palazzi dell’Afghanistan e dai caravanserragli. Negli esterni, la decorazione prevalente è in mattone tagliato e scolpito con ornati di tipo geometrico e vegetale.

La pittura (specie per la miniatura) e la ceramica presentano una ricca fioritura di opere notevoli, provenienti dalle manifatture di Kashan, Reiy e Sawe, con la decorazione a lustro metallico e le ceramiche policrome dette mina’i. Si afferma, inoltre, la decorazione parietale in ceramica smaltata realizzata con mattonelle. Inizia probabilmente in questo periodo l’industria dei tappeti, che si consolida nel tipo tradizionale con cartella centrale e motivi ornamentali posti simmetricamente rispetto al centro.

Con i Mongoli (Ilkhan, sec. XIII-XIV) l’architettura si sviluppa in senso monumentale e grandioso e si fa largo uso della decorazione in mosaico ceramico (Moschee di Tabriz, 1310-20, di Forumad, 1320, e di Varamin). Si introducono motivi e iconografie estremo-orientali. Centro della produzione pittorica è soprattutto Tabriz, la capitale.

Con i Timuridi (1370 – 1506) l’architettura non propone invenzioni nuove, ma presenta proprie variazioni dimostrando viva sensibilità per una ricerca armonica delle proporzioni pur nell’ambito del colossale, cui spesso indulge. Si inventa la cupola bulbosa su un alto tamburo e i rivestimenti finiscono per fasciare i monumenti, sia negli interni che negli esterni. Particolare fortuna ha la miniatura. Grande sviluppo conosce l’arte del tappeto che, a partire dal XV sec., elabora il tipo a medaglione.

La dinastia Safavide (1502-1736) segna un periodo molto florido di cui l’architettura rappresenta uno degli aspetti più significativi, anche se nel complesso non rinnova i suoi schemi (Moschea dello Shah e quella dello Sheyk Lotfollah, 1603-17 a Isfahan).

Ogni tipo di edificio, anche quelli di pubblica utilità, come bazar, caravanserragli e ponti, vengono costruiti con grandiosità e splendidamente decorati.

La città di Isfahan, ricostruita a partire dal 1598, testimonia un nuovo gusto nella pianificazione urbanistica, con edifici collegati da piazze monumentali in un unico complesso. È questa un’antica concezione asiatica, di tradizione nomade, nella quale le funzioni sono disaggregate: il palazzo si frantuma in padiglioni distribuiti in un grande parco.

Tutti i settori delle arti minori vivono un periodo di eccellenza: la miniatura e la rilegatura dei libri raggiungono livelli elevatissimi, soprattutto a Tabriz, Isfahan e Shiraz; riprende l’arte della maiolica; fiorisce la lavorazione di armi cesellate in oro; continua e si perfeziona la produzione di tappeti a vasi, a cartocci, a medaglioni.

Con la caduta dei Safavidi l’arte persiana entra in una fase di decadenza dalla quale non sembra ancora essersi ripresa. Tuttavia con i Qajar (1781 – 1925) affiorano motivi popolareschi, sempre sdegnati dall’arte aulica, che riescono a dare una gustosa forza comunicativa a certe opere, specialmente pittoriche.

Con la dinastia Pahlavi l’arte iranica viene inserita nel più vasto panorama mondiale.

Nel 1964 il Club degli Artisti, fondato nel 1946, si trasforma in Ministero delle Arti e delle Culture, accogliendo artisti di tutti i settori. Al periodo pre-rivoluzionario, ispirato soprattutto alla tradizione miniaturistica, appartiene Sohrab Sepehri

(1928 – 1980).

Il periodo post-rivoluzionario è caratterizzato invece da un’arte insieme rivoluzionaria e islamica, dove prevalgono opere grafiche dedicate ai temi della guerra e del martirio, non di rado collettive ed anonime. In architettura vi è un ritorno alle tipologie classiche: Moschea di al-Qadir (1977-87) a Teheran, e la nuova città di Shushtar (1976-87).

Architettura Persiana

Con Architettura persiana o Architettura iraniana si intende l’architettura dell’area del cosiddetto Grande Iran, caratterizzata da vicissitudini storiche e culturali comuni sin da un’epoca risalente almeno al 5000 a.C. fino ai giorni presenti. Si possono rintracciare elementi tipici dell’architettura persiana su un’amplissima area che si espande pressappoco dalla Siria all’India settentrionale fino ai confini con la Cina e dal Caucaso fino a Zanzibar. Sono presenti all’interno di questo vasto contenitore numerosissime tipologie di edificio: dalla capanna per contadini alle sale da tè, fino ai meravigliosi padiglioni presenti nei giardini e ad “alcune delle più maestose strutture che il mondo abbia potuto vedere”.

L’architettura persiana mostra di sé una grande varietà, sia dal punto di vista strutturale che estetico, sapendosi sviluppare gradualmente e coerentemente nel corso dei secoli, traendo spunto dalle precedenti tradizioni ed esperienze. Senza improvvise innovazioni, e nonostante il continui traumi dovute alle varie invasioni subite, ha mantenuto “una distinta individualità rispetto agli altri paesi musulmani”.[2] Varie sono le caratteristiche fondamentali rintracciabili: “una marcata attitutidine per le forme e le proporzioni; inventiva strutturale, specialmente nella costruzione di volte e cupole (gonbad); un gusto geniale nella decorazione, con una libertà espressiva ed una riuscita non comparabile con qualsiasi altra architettura”.

Tradizionalmente, l’elemento guida e caratterizzante dell’architettura iraniana è stato il proprio simbolismo cosmico “per il quale l’uomo è messo in comunicazione e partecipazione con i poteri del paradiso”.

Tale tema, condiviso virtualmente con pressoché tutte le altre culture asiatiche e persistente

Architettura della Persia pre-islamica

Gli stili pre-islamici caratterizzano circa quattro millenni di sviluppo architettonico curato dalle varie civiltà presenti sull’altopiano iraniano. L’architettura iraniana islamica raccoglie numerosi spunti dalle architetture precedenti, con motivi geometrici e ripetitivi e superfici riccamente decorate con piastrelle vetrate, stucchi intarsiati, motivi laterizi, decorazioni floreale e calligrafiche.

Principi fondamentali

L’architettura tradizione persiana ha mantenuto una continuità tale da risultare – sebbene spesso evitata dalla cultura occidentale o temporaneamente deviata da conflitti politici interni o ingerenze esterne – difficilmente confondibile con altre tradizioni architettoniche. In tale architettura “non esistono edifici banali; persino i padiglioni all’interno dei giardini denotano nobiltà e dignità, ed anche il più umile dei caravanserragli trasuda fascino. Per la loro espressività e capacità di comunicare, la maggior parte degli edifici persiani si dimostrano chiari, persino eloquenti. La combinazione di intensità e semplicità delle forme fornisce immediatezza, mentre l’ornamento e – spesso – il sottile riguardo per le proporzioni invitano all’osservazione”.

Caratteri basilari

Nell’architettura iraniana traspaiono dunque come caratteri fondamentali:

  • درون‌گرایی: Introversione
  • نیارش: Struttura
  • پیمون: Proporzione
  • مردم‌واری: Antropomorfismo
  • جفت و پادجفت: Simmetria e anti-simmetria
  • پرهیز از بیهودگی: Minimalismo.
Classificazione stilistica

L’architettura tradizionalmente caratterizzante l’area del cosiddetto Grande Iran elaborata nel corso dei secoli può essere indicativamente categorizzata secondo sette categorie stilistiche, o sabk:

Geometri

L’architettura persiana ha sempre fatto un uso importante della geometria simbolica, utilizzando forme pure quali il quadrato ed il cerchio. Le planimetrie inoltre sono per la maggior parte dei casati distribuite con disposizione simmetrica.

Elementi architettonici

Alcuni elementi caratteristici dell’architettura persiana si sono mantenuti in maniera pressoché immutata durante tutta la lunga storia dell’Iran. Spiccano per la persistenza nel corso dei secoli una forte preferenza per l’esecuzione di elementi in scala e per l’utilizzo di forme semplici e monumentali. Sono inoltre da menzionare alcune caratteristiche decorative preminenti, l’inserimento di portali archiacuti posizionati all’interno di nicchie, l’uso di colonne con capitelli a Beccatello e la scelta di alcune scelte ricorrenti nella progettazione tanto in pianta quanto in alzato. Nel corso dei secoli, per volere dell’interminabile successione dei regnanti, questi elementi sono ricorsi all’interno delle tipologie più disparate di edifici, destinati ai più vari usi.

Il portico colonnato, o talar, visto nelle tombe scolpite nella roccia nei pressi di Persepoli, riappare nei templi sasanidi e, più tardi, in tarda epoca islamica caratterizza numerosissimi palazzi e moschee, fino ad adattarsi all’architettura delle sale da tè. Analogamente, il gonbad su quattro arcate, così caratteristico dell’epoca Sasanide, si ritrova in seguito in numerosi cimiteri e Imamzadeh dell’Iran odierno. La simbologia della torre terrena che si ricongiunge attraverso il cielo con le torri divine del paradiso perdurò fino al XIX secolo, mentre l’uso della corte o della vasca interna, l’ingresso angolare e l’estensiva decorazione sono elementi di origine antica eppur tutt’oggi presenti nell’architettura iraniana contemporanea.

Materiali

I materiali da costruzione disponibili guidarono in maniera determinante le forme principali dell’architettura tradizionale iraniana. La disponibilità di argilla, facilmente recuperabile in numerose località, incoraggiò la più primitiva di tutte le tecniche costruttive, con fango modellato, compresso ed essiccato al sole. Tale tecnica, utilizzata in Iran da tempi immemorabili, non è stata ancora completamente abbandonata nemmeno al giorno d’oggi. L’abbondanza di argilla, in abbinamento ad una malta di calce di qualità particolarmente elevata, facilitò lo sviluppo del mattone.

Evoluzione storica

Architettura della Persia pre-islamica

Gli stili pre-islamici caratterizzano circa quattro millenni di sviluppo architettonico curato dalle varie civiltà presenti sull’altopiano iraniano. L’architettura iraniana islamica raccoglie numerosi spunti dalle architetture precedenti, con motivi geometrici e ripetitivi e superfici riccamente decorate con piastrelle vetrate, stucchi intarsiati, motivi laterizi, decorazioni floreale e calligrafiche.

Letteratua Persiana
Lingua persiana
  1. fase antica: antico persiano delle iscrizioni, scritto in caratteri di tipo cuneiforme, e avestico dell’Avesta
  2. fase media: medio persiano, 300 a.C.900 d.C., distinto in pahlavi partico o pahlavik, e pahlavi sasanide o parsik, scritto con alfabeti di derivazione aramaica
  3. fase recente: neopersiano o pārsi: dal sec.IX ad oggi, con lessico largamente arabizzato e scritto con l’alfabeto arabo modificato

Il neopersiano è lingua ufficiale in Iran (farsi), Afghanistan (dari) e Tajikistan (tajiki, scritto in caratteri cirillici). Esso appartiene alla famiglia delle lingue iraniche, sottogruppo delle lingue indo-europee, insieme al pashtu (l’altra lingua ufficiale dell’Afghanistan), il curdo (parlato nelle regioni curde di Iraq, Iran, Turchia, Siria e territori caucasici dell’ex-Unione Sovietica, scritto in vari alfabeti), il baluchi (parlato nel Baluchistan, regione che si estende dall’Iran del sud-est al Pakistan meridionale fino alla frontiera afghana), l’osseto, lingua ufficiale dell’Ossezia del Nord inserita nella Federazione Russa, e della Repubblica dell’Ossezia del Sud, recentemente autoproclamatasi Stato indipendente. Come lingua letteraria ha conosciuto una vastissima fortuna anche fuori dei territori persofoni, divenendo sin dal tardo medioevo occidentale lingua colta o seconda lingua di scrittori turchi dall’Asia Centrale (alle corti di Herat, Bukhara, Samarcanda) fino alla Istanbul ottomana e, più a est, in India, ove è stata ampiamente coltivata dall’XI sec. in poi sino all’epoca dei Moghul di Delhi e oltre. Inoltre è stato per secoli fino al tardo medioevo la lingua franca dei mercanti che operavano in Asia Centrale e sulle rotte commerciali tra la Cina e il Mediterraneo.

Letteratura neopersiana
Poesia dalle origini alla fine del periodo classico

La letteratura neopersiana, scritta in alfabeto arabo, ha il suo primo centro nel X secolo presso la corte dei Samanidi di Bukhara in Transoxiana (odierno Uzbekistan), cui succedettero all’inizio dell’XI sec. i Ghaznavidi. Qui si distinse una prima pleiade di poeti panegiristi: Rudaki nato nelle vicinanze di Samarcanda (m. 941), Asjadi di Marv (m. 1031), Farrokhi del Sistan (m. 1038), ‘Onsori di Balkh (m. 1049 ca.), Manuchehri di Damghan (m. 1041); alla medesima corte operarono poeti epici quali Daqiqi (m. 980, v. infra) e soprattutto il grande Ferdowsi, o Firdusi, di Ṭūs (m. 1026 ca.), l’autore dell’epos nazionale iranico: lo Shah-name (Libro dei Re), un poema di oltre 50.000 versi, tradotto in italiano da Italo Pizzi a fine Ottocento. L’unità di base della poesia persiana è il distico ( beyt ) diviso in due emistichi (mesra’ ); i metri sono spesso di derivazione araba. I generi più coltivati dai poeti classici sono:

  • La quartina (roba’i). La quartina è componimento breve, formato da due versi o meglio quattro emistichi a rima: aaba (ma anche: aaaa, abba). Di carattere spesso gnomico-sentenzioso, o talora quasi filosofico, nel genere eccelse ʿOmar Khayyām (m. 1126 ca.), poeta cantore del vino e del “carpe diem” reso noto in Occidente dalle traduzioni di Edward Fitzgerald e Nicholas della seconda metà dell’800, avvicinabile per certi aspetti alla sensibilità dell’autore del Qohelet. Da ricordare le quartine religiose di tono mistico del santo sufi Abu Sa’id (m. 1048), di Baba Taher (XI sec.) e di Baba Afzal (XIII sec.); più originale è la quartina di tono realistico della poetessa Mehsati di Ganja (XII sec.), la prima figura femminile di qualche consistenza delle lettere persiane.
  • L’ode panegiristica (qaside). La qaside, di origine araba, è una sorta di ode panegiristica monorimica (schema della rima: aa, ba, ca, da…), che poteva avere da poche decine a centinaia di versi. Nella qaside tipica a un preludio (detto nasib) lirico, in cui si descrive in modo alquanto stilizzato un giardino primaverile e i suoi vari elementi (rami, fiori, uccelli ecc.), segue un verso di passaggio (gorizgah) che abilmente introduce la lode (madih) finale del mecenate o patrono dell’autore. In questo genere, dopo i poeti samanidi (v. supra), si distinsero: Qatran di Tabriz (m. 1072), Amir Mo’ezzi (m. 1147) panegirista dei sovrani selgiuchidi Malekshah e Sanjar, Mas’ud-e Sa’d-e Salman di Lahore (m. 1131), Azraqi di Herat (m. 1132 ca.), Adib Saber di Termez (m. 1147), Rashidoddin Vatvat (m. 1182) panegirista dei re del Khwarezm, Zahir Faryabi (m. 1201), Anvari di Abivard (m. 1191) il panegirista favorito di Sanjar e Khaqani di Shirvan (m. 1191 ca.), questi ultimi due annoverati come il vertice del genere. La qaside conosce anche destinazioni diverse dall’encomio al patrono di turno, si pensi ad esempio alla qaside religiosa di un Naser-e Khosrow (v. infra, poi ulteriormente sviluppata da Sana’i di Ghazna, Farid al-Din ‘Attar e il citato Khaqani); o alla qaside allegorica, come ad es. il Mush o qorbe (Il gatto e il topo) di tono eroicomico, del poeta satirico ‘Obeyd Zakani di Shiraz (m. 1371 ca.), che sottilmente dipingeva nel gatto tiranno dei topi un crudele e bigotto regnante di Shiraz. La qaside scritta in onore di un qualche augusto defunto (di solito un nobile patrono, un sovrano, oppure un religioso, un imam ecc.) si chiama marthiye (elegia).
  • Il frammento (qet’e), di pochi versi, concepibile come un brano di qaside, privata però del verso iniziale a rima interna (tipo: aa) detto matla’; è spesso usata come tipico componimento d’occasione per una varietà di scopi, ad esempio in ringraziamento, in rimprovero, in lode o in morte di qualcuno, ma anche come veicolo di poesia di tono scherzoso o schiettamente pornografico, come si vede in Suzani di Nasaf (m. 1174), ma anche in certi frammenti composti da Sa‘di (v. infra) e numerosi altri poeti (i versi di contenuto osceno, detti comunemente hazliyyat o motayebat, sono peraltro composti anche in tutte le altre forme illustrate in questa sezione). Il frammento di un solo verso è detto fard.
  • Il ghazal. Il ghazal, un componimento monorimico breve (da 5 a 15 distici, schema della rima: aa, ba, ca, da…) di carattere lirico, è un po’ l’equivalente del nostro sonetto, quanto a lunghezza, ma pure della nostra Canzone medioevale, quanto a contenuto; nell’ultimo verso di norma il poeta inserisce a mo’ di firma il proprio pseudonimo poetico. In esso tipicamente il poeta si atteggia a “amante” (‘asheq) di un innominata e pressoché ineffabile persona amica, dalle sfuggenti fattezze, in cui si son voluti riconoscere personaggi disparati, i più frequenti e tradizionali dei quali sono il principe-patrono e la Divinità. Il genere, creato dal citato Sana’i (v. infra), fu perfezionato in direzione mistica da poeti quali Farid al-Din ‘Attar, Sa’di di Shiraz (v. infra) e Gialal al-Din Rumi (v. infra), autore di un celebre canzoniere il Divan-e Shams-e Tabriz  ” da secoli Jalaleddin Rumi (1207 -1273) viene considerato forse il piu’ grande mistico dell’umanita'”.; fu quindi ulteriormente sviluppato da Khwaju di Kerman (m. 1352) e da Salman di Save (m. 1376), e trovò la sua perfezione in Hafez di Shiraz (m. 1390). Quest’ultimo, considerato il “Petrarca” dei persiani e diffusamente imitato, fu pure enormemente ammirato, seppur in traduzione, da Goethe, che dalle sue Canzoni trasse ispirazione per il proprio West-oestlicher Diwan, e dal “padre” della nascente letteratura nordamericana, Ralph Waldo Emerson. Hafez ha lasciato un Divan (Canzoniere) di circa 500 ghazal in cui si combinano toni diversi, di solito ma non sempre esattamente definiti erotici e mistici, e temi che spaziano da un supposto edonismo al panegirismo. Più giusto è affermare che i temi dominanti di questo poeta vanno visti nell’esperienza gnostica (e non mistica), nell’affascinante avventura del conoscere, di cui la persona amata si fa poetica sostituta, e nell’asserzione della libertà come attributo ineliminabile dei processi cognitivi. Il genere fu ulteriormente coltivato, ma ormai a livelli inevitabilmente inferiori seppur sempre apprezzabilissimi, da Kamal di Khojand (m. 1406) in Transoxiana e da Jami (v. infra) a Herat.
  • La poesia strofica. Il genere si realizza in varie forme, ad esempio con la mosammat, che tradizionalmente si ritiene sia stata creata dal citato Manuchehri, di varia foggia e lunghezza: morabba’ (ovvero un “quartetto” di quattro emistichi con rima: aaaa, bbba, ccca…), mokhammas (“quintetto” di emistichi con rima: aaaaa, bbbba, cccca…), mosaddas (“sestetto” di emistichi con rima: aaaaaa, bbbbba, ccccca…); e ancora: la tarji’- e band (strofe con rima del tipo-qasida, unite da un verso ritornello: aa, ba, ca… xx; ee, fe, ge… xx e così via); la tarkib-e band (come la precedente, ma i versi che uniscono le strofe non sono un ritornello, bensì diversi l’uno dall’altro anche se rimano internamente: …xx…yy…zz ecc.).
  • Il mathnavi. Il mathnavì, è un poema lungo (dalle centinaia di versi fino alle decine di migliaia) in distici a rime baciate (aa, bb, cc…), di vario argomento: epico, romanzesco, mistico, satirico, didattico ecc. Ebbe tra i suoi massimi cultori: i poeti epici Daqiqi (m. 980 ca.), autore di un Libro dei Re solo parzialmente sopravvissuto, il citato Ferdowsi (v. sopra) e Asadi(m. 1073 ca.), autore di un Garshasp-name dedicato alla mitica figura di un sovrano iranico delle origini; i poeti romanzeschi Gorgani (m. 1080 ca.), autore di Vis o Ramin, che presenta notevoli affinità con il romanzo medievale di Tristano e Isotta, Nezami di Ganja (m. 1204), autore di una celeberrima Khamse (quintetto di poemi, v. infra) e Khwaju di Kerman (m. 1352), autore pure lui di un quintetto tra cui particolarmente noto è il romanzesco Humay va Humayun; i poeti didattici: Naser-e Khosrow (m. 1088) autore di un Rowshana’i-name (Il libro della luce) compendio di dottrine gnostiche ismailiteggianti, il Golshan-e raz di Shabestari (m. 1320 ca.) compendio di dottrine sufi. Tra i numerosissimi poeti mistici si ricordano: Sana’i di Ghazna (m. 1141), autore di una monumentale Hadiqa al-Haqiqa (il Giardino della Verità) e di un settetto di poemi più brevi, tra cui spicca il famoso Sayr al-‘Ibad ilà l-Ma’ad (Viaggio dei servi nel regno del ritorno) che sembra una Divina Commedia in miniatura; Farid al-Din ‘Attar di Nishapur (m. 1230 ca.), autore di svariati poemi allegorici di tono mistico, tra cui un Elahi-nama (Il libro divino), un Mosibat-nama (Il libro della sventura) e soprattutto un celeberrimo Mantiq al-Tayr (Il verbo degli uccelli,[1] che fra l’altro fu messo in scena da Peter Brook (La conférence des oiseaux, Parigi 1976); Sa’di di Shiraz (m. 1291), autore di un Bustan (Il giardino) e di un ancor più noto Golestan (Il roseto) in prosa mista a versi; Owhadi di Maraghe (m. 1338), autore di un Jam-e Jam (La coppa di Jamshid) e il suo maestro e quasi omonimo Owhadoddin di Kerman (m. 1298), autore di un Misbah al-Arwah (La nicchia delle luci), altro poema paragonato spesso alla Divina Commedia in cui si descrive un viaggio mistico nell’aldilà; Gialal al-Din Rumi di Balkh (m. 1273, meglio noto in territori iranici come Molavi o Mowlana), autore quest’ultimo di un monumentale Mathnavi-ye Ma’navi (Poema spirituale) considerato una sorta di “Corano persiano” e il vertice della poesia mistica persiana; ‘Eraqi di Hamadan (m. 1289) autore di un ‘Oshshaq-name (Il libro degli amanti). Dal XV sec. il mathnavi allegorico creato da ‘Attar (v. supra), s’impone sempre più nel gusto degli ambienti cortigiani e religiosi a partire dal Dastur-e ‘Oshshaq (Grammatica degli amanti) di Fattahi di Nishapur (m. 1449) e si sviluppa ulteriormente con lo Hal-name (Libro dell’estasi) di ‘Arefi di Herat (m. 1449), lo Shah o gada (Il re e il mendicante) di Helali di Asterabad (m. 1529), il Sham’ o Parvane (La candela e la falena) di Ahli di Shiraz (m. 1536). Il citato Khaqani è autore di un originalissimo mathnavi, il Tuhfat al-‘Iraqayn (Il dono dei due Iraq) in cui narra in versi del suo pellegrinaggio alla Mecca. Il predetto Nezami di Ganja si esercitò un po’ in tutti i generi di mathnavi su nominati e ne compose una notissima Khamse (quintetto) formata dai seguenti poemi: Makhzan al-asrar (L’emporio dei segreti), compendio di mistiche dottrine, i romanzeschi Khosrow e Shirin e Leyla e Majnun dedicati a due famose coppie di amanti, e gli epici Haft Peykar (Le sette effigi) dedicato alla figura del sovrano sasanide Vahram V, re-cacciatore e grande amatore, e l’Eskandar-name (“Il libro di Alessandro”, in due parti), sulla saga orientale di Alessandro il Macedone, largamente dipendente dal romanzo dello Pseudo-Callistene e da un episodio coranico (sura XVIII:83 e segg., ove il personaggio è identificato dagli esegeti con un profeta bicorne, ovvero dhū l-qarnayn), oltre che dall’omonima sezione del Libro dei re del citato Ferdowsi. Il quintetto di Nezami fu presto imitato da numerosi poeti persiani tra i quali, oltre al predetto Khwaju di Kerman, il prolifico Amir Khosrow di Delhi (m. 1325) operante in India dove poetò anche in lingue locali, Hatefi (m. 1521) attivo a Herat che sostituì il poema dedicato a Alessandro con un Timur-name dedicato al Tamerlano; ma Nizami fu pure imitato da poeti turchi come Ali Shir Nava’i operante a Herat (XV sec.) che poetò in persiano e in turco chagatay; inoltre il celebre quintetto nizamiano fornì materia d’ispirazione pressoché inesauribile ai miniaturisti dei secoli seguenti. Il periodo classico si chiude con il versatile Jāmī (m. 1492), che operò alla corte dei Timuridi di Herat, e si esercitò un po’ in tutti generi sopra citati componendo a sua volta un “Settetto” di mathanavi.

A questa suddivisione per generi, si potrebbe aggiungere una descrizione degli “scopi” (aqraz) della poesia, che sembra rispondere a criteri tassonomici autoctoni e più tradizionali (fonte: Zayn al-‘Abidin Mu’taman, Shi‘r wa adab-i farsi, Jahan Book, Tehran 1986, p. 8): 1. madh (panegirico) 2. resa o marsiye (elegia, lamentazione) 3. vasf (descrizione, fisica di persone o paesaggi) 4. tasavvof (mistica) 5. sheʿr-e akhlaqi (poesia morale) 6. she‘r -e falsafi (poesia filosofica) 7. she‘r-e rava’i (poesia narrativa) 8. ghazal (lirica amorosa) 9. khamriyye (poesia bacchica) 10. monazere (tenzone o contrasto) 11. hasb-e hal (poesia autobiografica) 12. hamase va mofakhere (epica e vanto) 13. shakvà (lagnanza) 14. e‘teraz (apologia) 15. heja va hazl va motayebe (satira, facezia, scherzo) 16. loghz va mo’amma (emigmi e indovinelli).

Prosa dalle origini alla fine del periodo classico

Gli inizi della prosa persiana sono rappresentati da traduzioni dall’arabo di opere religiose, come ad esempio il Tafsir o commento del Corano di traduttore anonimo e la Ta’rikh al-Muluk wa al-Anbiya’ (Cronaca dei re e dei profeti, alquanto rielaborata dal traduttore Balʿami, X sec.), entrambe opere del persiano Tabari (m. 923) che scriveva però in arabo; a queste si possono aggiungere altre opere scientifiche di astronomia, di farmacologia o di geografia come il ‘Aja’ib al-Buldan (Le meraviglie dei paesi) di Abu l-Mo’ayyad di Balkh (X sec.), e di storia come l’anonimo Ta’rikh-e Sistan (Storia del Sistan) scritta a metà del XI sec. In seguito si sviluppano vari generi:

  • La storiografia. Opere di epoca ghaznavide: la Ta’rikh-e Ghaznaviyan (Storia dei Ghaznavidi) di Beyhaqi (m. 1077), lo Zayn al-Akhbar (L’ornamento delle notizie, una storia della Persia sin dalle mitiche origini) di Abu Saʿīd Gardīzī scritta intorno al 1050; in epoca selgiuchide: la Ta’rikh-e Beyhaq (Storia di Beyhaq) di Ebn Fondoq (m. 1170), la Ta’rikh-e Yamini di Zafar Jarfadqani (tradotta nel 1206 da un originale arabo di ‘Otbi), il Rahat al-Sudur (Il sollievo dei petti, una storia dei Selgiuchidi, preziosa fra l’altro per le numerose citazioni di versi) scritta tra il 1202 e 1204 da ‘Ali Ravandi; in epoca mongola: la Tajziyat al-Amsar (Analisi dei paesi) di Vassaf (composta tra il 1300 e il 1312), la Taʾrikh-e Jahan-goshay (Storia del conquistatore del mondo, cioè di Gengis Khan) di Joveyni (m. 1283), la Jamiʿ al-Tawārīkh (Raccolta delle storie) di Rashid-al-Din Hamadani (m.1318), gli ultimi due essendo stati segretari e governatori o ministri di principi mongoli, e rappresentando forse il vertice della storiografia persiana classica, la Taʾrikh-e gozide (Storia scelta) di Mostowfi (m. 1349); della stessa epoca sono anche opere di storiografi operanti in India che scrivono in persiano: le Tabaqat-e Naseri (Genealogie di Naser, ovvero di Naseroddin, sultano di Delhi) di Juzjani (noto anche come Menhaj-e Seraj) composta intorno al 1260, la Taʾrikh-e Firuzshah (Storia di re Firuz, sultano di Delhi m. 1357) di Ẕiyāʾ al-Dīn Baranī (XIV sec.), la Taʾrikh-e Alaʾi (Storia del sultano Ala’oddin Khalgi) del citato Amir Khosrow di Delhi (m. 1325); di epoca timuride: lo Zafar-name (Libro della vittoria) biografia del Tamerlano di Shami composto tra il 1401 e il 1404, rifatto poi da Sharaffoddin ‘Ali Yazdi nel 1424; il Majmaʿ al-Tawarikh (Raccolta delle storie) di Hafez-e Abru (m. 1430) in quattro volumi che vanno dalla creazione del mondo all’epoca dell’autore, il Matla’ al-Saʿdayn (Il sorgere dei due pianeti fortunati) di ‘Abdorrazaq di Samarcanda (m. 1482), fonte di prim’ordine per il secolo timuride; il Rawzat al-Safa (Il giardino della purità) di Mirkhwand di Bukhara (m. 1498), altra storia del mondo dagli inizi sino al regno del timuride Hosseyn Bayqara (v. infra) signore di Herat.
  • La trattatistica politico-moralistica. Tra le opere si possono ricordare: il Qabus-name del principe Kaika’us b. Iskandar (m. 1085), uno “specchio per principi” scritto per il figlio e quasi un codice della civiltà persiana medievale, il Siyasat-name (Il libro della politica) del grande visir selgiuchide Nizam al-Mulk (m. 1082) forse il massimo teorico dell’arte politica in terre musulmane, l’ Akhlaq-e Naseri (L’etica di Naser, dal nome di un mecenate) di Nasir al-Din al-Tusi (m. 1274) celebre moralista (ma anche astronomo e mistico, v. infra), il Golestan (Roseto) del citato Saˁdi di Shiraz (m. 1291), in prosa mista a versi, forse l’opera più letta, amata e citata dell’intera letteratura persiana, l’Akhlaq al-Ashraf (L’etica dei notabili) opera satirica di ‘Obeyd Zakani (m. 1371) che fustiga amabilmente i corrotti costumi della corte di Shiraz, le opere – dedicate a mecenati citati nel titolo – Akhlaq-e Jalali di Davvani (m. 1502) e Akhlaq-e Mohseni, del grande poligrafo vissuto alla corte di Herat Va’ez Kashefi (m. 1504), il Baharestan del citato Jami (m. 1492), che riprende il modello del Golestan di Sa‘di.
  • La retorica. Tra le opere si ricordano: il Tarjuman al-Balagha (L’interprete dell’eloquenza) di ‘Umar al-Raduyani (m. 1114), Hada’iq al-Sihr (I giardini della magia) del retore e poeta Rashid al-Din Vatvat, (m. 1182), Chahar maqale (I quattro discorsi, dedicati alle professioni del segretario, del poeta, del medico e dell’astrologo) di Nezami ‘Aruzi di Samarcanda (m. 1174), infine al-Muʿjam fi ma’ayir ashʿar al-ʿajam di Shams-e Qeys (XIII sec.).
  • La trattatistica scientifica-filosofica. Si possono ricordare: il Danesh-name (Libro della sapienza) una enciclopedia scientifica del grande Ibn Sina ovvero Avicenna (m. 1037) che scrisse prevalentemente in arabo, il Kimiya-e Sa‘adat (L’alchimia dell felicità), riassunto in persiano di una summa teologica in arabo del celebre teologo Abu Hamid al-Ghazali (m. 1111), il Zij-e Ilkhani, un almanacco astronomico del citato Nasir al-Din al-Tusi, il Nowruz-name (Il libro del Nowruz, il capodanno persiano) del citato poeta e astronomo-matematico ʿOmar Ḫayyām.
  • La trattatistica religiosa. Si può ricordare: il Ketab-e goshayesh o rahayesh (Il libro dello scioglimento e della liberazione) del citato poeta, nonché filosofo e missionario ismailita Naser-e Khosrow (m. 1088), il Kashf al-Mahjub (La rivelazione del recondito) di Hojviri (m. 1073, operante alla corte di Lahore) una summa del sapere mistico del tempo, il Sad meydan (Le cento pianure spirituali) del santo sufi Ansari di Herat (m. 1088) che descrive il cammino spirituale del mistico viandante, il Fīhi mā fīhi (C’è quel che c’è) del citato poeta mistico Jalal al-din Rumi, il Mirsad al-ʿIbād (La specola dei devoti) del religioso e mistico Najmoddin Razi Daye (XIII sec.) che si segnala anche per l’abbondanza delle citazioni poetiche, l’ Awsaf al-ashrāf (Descrizioni dei nobili) un trattato di sufismo del citato Naseroddin Tusi, il Sawanih al-‘Ushshaq (I casi degli amanti) di Ahmad Ghazali (XII sec.), fratello minore del teologo sopra citato e autore con quest’ opera del più noto trattato sull’eros mistico del medioevo persiano, i racconti mistico-visionari del filosofo e gnostico Sohravardi (m. 1191) celebre teorico e caposcuola di una “sapienza illuminativa” (hikmat al-ishrāq) o “orientale”, i Lama’at (Bagliori) del citato ʿEraqi di Hamadan, che sarà acutamente commentato da Jami. Da ricordare inoltre la vasta letteratura del commento (tafsir) al Corano, normalmente scritta in arabo, che conobbe però anche opere tradotte o riassunte in persiano.
  • Il diario di viaggio, un genere creato con il Safar-name (Libro di viaggio) del citato missionario ismailita Naser-e Khosrow che ebbe modo di peregrinare tra l’Asia Centrale e l’Egitto dei Fatimidi.
  • Il romanzo popolare, ben rappresentato dalla saga di Samak-e ʿayyar (Samak il brigante) raccolta e fissata intorno al 1190 da tale Faramorz, che sistemò una ricca tradizione orale precedente.
  • La favolistica. Qui si può ricordare: il Marzban-name, un rifacimento della raccolta indiana del Kalila e Dimna, di Sa’doddin Varavini (XIII sec.) riccamente ornata di versi arabi e persiani, Jawami‘ al-hikayat wa lawami‘ al-riwayat (Le collane degli aneddoti e gli splendori dei racconti) di ‘Owfi di Bukhara (XII-XIII sec., operante alla corte di Lahore) il più ampio e noto repertorio persiano medievale di storie e aneddoti, Anvar-e Soheyli (I bagliori di Canopo) altro rifacimento dell’indiano Kalila e Dimna del citato poligrafo Va’ez Kashefi; a questi si può aggiungere il Sendbad-name (Libro di Sindbad) di Zahiri (XII sec.) un’opera, forse di origini indiane, costruita con la tecnica della storia-cornice e che si collega a un ben noto ciclo medievale con notevoli appendici europee (Storia dei sette savi, Gli inganni delle donne ecc.).
  • La prosa d’arte. Da ricordare: le Maqamat-e Hamidi di Hamidoddin (m. 1164), largamente ispirata a modelli arabi.
  • Le biografie di santi, tra cui sono da ricordare: Asrar al-tawhid (I segreti dell’Unicità Divina) di Ebn-e Monavvar (XII sec.), biografia del santo e poeta sufi Abu Sa’id, la Tadhkirat al-Awliya’ (Il memoriale dei santi), raccolta di biografie di celebri sufi del citato poeta mistico Faridoddin ‘Attar di Nishapur, il Nafahat al-‘Uns (Sospiri di Intimità), pure opera di agiografia sufi del citato Jami.
  • Le antologie e biografie poetiche, tra cui da ricordare: il Lubab al-albab (L’essenza dei cuori) del citato ‘Owfi di Bukhara, la Tadhkīrat al-Shuʿarāʾ (Memoria dei poeti) di Dowlatshah di Samarcanda, composta verso il 1490, le Majālis al-ʿUshshaq (Le sedute degli amanti), biografie panegiricizzate di poeti del citato principe e mecenate timuride Hosseyn Bayqara di Herat.
  • La prosa scherzosa, di tono satirico, esemplarmente rappresentata dalla raccolta di aneddoti ameni e barzellette spesso esplicitamente pornografiche Resale-ye delgosha (Dissertazione letifica) del citato ‘Obeyd Zakani di Shiraz, che prende di mira gli ambienti corrotti e le ipocrisie della nobiltà cortigiana e soprattutto del clero di Shiraz
Letteratura neopersiana dei periodi successivi
  • In epoca safavide si sviluppa un’ampia letteratura religiosa ispirata ai temi dello sciismo. In particolare vengono composti mathnavi epici che narrano le imprese degli imam sciiti sin da ‘Ali e Hosseyn; si sviluppa inoltre il genere delle lamentazioni sciite, a partire dal modello fornito da un celebre componimento, il Rowzat al-Shuhada (Il giardino dei martiri) del citato Hosseyn Va’ez Kashefi (m. 1504), che troverà poi il suo più rinomato rappresentante in Mohtasham di Kashan (m 1588), panegirista di Shah Tahmasp e autore di un celebrato poemetto strofico, una elegia in onore degli imam sciiti martirizzati, detto Haft-band, composta da dodici strofe di sette versi ciascuna. Nella prosa si sviluppa il genere delle biografie dei dottori sciiti, a partire dalle Majalis al-Mu’minin (Le assemblee dei credenti, 1582) di Nurallah b. Sharif di Shustar; si può ancora ricordare l’ originale autobiografia del sovrano safavide Shah Tahmasp e il brillante Badayi’ al-waqayi’ (Racconti meravigliosi) un centone di notizie storiche, letterarie e di costume di Vasefi di Herat (m. 1550 ca.), definito un “Benvenuto Cellini centrasiatico”. In questo stesso periodo si afferma nella lirica il c.d. “stile indiano” con poeti quale Feghani di Shiraz (m. 1519) tradizionalmente considerato l’iniziatore, ‘Orfi (m. 1590) e Feyzi (m. 1595), entrambi vissuti in India alla corte di Akbar; si tratta di uno stile caratterizzato da una imagerie alquanto ricercata e cerebrale, che toccherà i suoi vertici in Sa’eb di Tabriz (1601-1677) e in Bidel (m. a Dehli 1721), autore quest’ultimo -poeta, mistico e filosofo- particolarmente amato in terre indiane e iranico-orientali (Afghanistan, Tajikistan). Da ricordare, in epoca ormai post-safavide, è anche lo splendido poemetto strofico (tarji’-e band) sul tema dell’unità divina di Hatef di Isfahan (m. 1783), scritto in un linguaggio erotico-mistico che risente però l’influsso del nuovo stile.
  • In epoca qajar, grazie ai contatti sempre più frequenti con la cultura europea, soprattutto francese e russa, si sviluppano nuovi generi come la commedia (con l’iniziatore Mirza Aqa Tabrizi autore di tre commedie scritte prima del 1870) e il romanzo: Siyahat-name-ye Ebrahim Beyg (Diario di viaggio di E.B.) di Zeyn ol-‘Abedin di Maraghe m. 1912, Masalik al-muhsinin (Le vie dei virtuosi) di Najjarzade Talebof, m. 1910, che rivelano un intento satirico o di critica sociale. Ha grande sviluppo inoltre il diario o resoconto di viaggio, anche a seguito delle sempre più numerose missioni in Europa di diplomatici e nobili persiani (ben noti sono i diari del sovrano qajar Naseroddin Shah). Al contempo si comincia a trascrivere i canovacci di una antica forma di dramma sacro, la ta’ziye, che metteva in scena il dramma della battaglia e morte dell’Imam Hosseyn (Husayn) a Kerbela (680 d.C.) e altri episodi della leggenda sciita delle origini, e verranno anche allestiti appositi teatri. Continua il genere delle biografie dei dottori, tra cui sono da menzionare le Qisas al-‘ulama (Storie dei dottori) di Mohammad b. Soleyman Tonakaboni (m. 1873) con le biografie di 153 ulema e giureconsulti sciiti. Nella lirica, ove dominano la figura di Qa’ani di Shiraz (m. 1854) poeta laureato di Mohammad Shah, e, in India, quella di Ghalib (m. 1869 a Delhi), si ha un vistoso ritorno al classicismo.
  • In epoca contemporanea, a partire dagli anni 20 del ‘900 ha luogo un radicale rinnovamento della lirica, che abbandona i generi e i metri classici a favore di forme più libere con Nima Yushij (m. 1960) e si apre, anche per l’influenza della Rivoluzione Russa, ai temi sociali e politici; si adegua almeno nei contenuti anche un custode del classicismo come il poeta laureato Mirza Taqi Khan Bahar (m. 1951), autore di 30000 versi e di un notevole manuale di Sabk-shenasi (stilistica), nonché fondatore dell’influente giornale letterario Nowbahar (La primavera). Si elevano anche originali voci poetiche femminili come quelle di Parvin E’tesami (m. 1941) e soprattutto di Forugh Farrokhzad (m. 1967). La prosa, in parte per l’influsso della scrittura giornalistica, stilisticamente si semplifica e si rinnova con ‘Ali Akbar Dehkhoda (m. 1956), animatore del giornale critico-satirico Sur-e Esrafil, e con la novella realistica introdotta da Seyyed Mohammad ‘Ali Jamalzade (m. 1997) e sviluppata da Sadeq Chubak (m. 1998, pregevole autore anche di teatro) e altri; inoltre accoglie suggestioni provenienti anche da altre correnti di pensiero europee come il simbolismo o l’esistenzialismo, percepibili ad esempio nei racconti e romanzi di Sadeq Hedayat (La civetta cieca), morto suicida a Parigi nel 1951. Grande sviluppo ha pure la letteratura per l’infanzia, e fama universale otterrà la fiaba di sapore iniziatico Il pesciolino nero di Samad Behrangi (m. 1968), in cui è facilmente ravvisabile un piano di lettura simbolico-politico. La letteratura persiana continua, sia pure con minor slancio, a venire coltivata anche in terre indiane, ad esempio dal celebre Muhammad Iqbal (m. 1939), poeta e padre della patria del futuro Pakistan, autore di un mathnavi, il Javed-name (Il poema eterno), liberamente e originalmente ispirato a Dante e Goethe. La letteratura più recente si arricchisce dell’apporto di numerosi scrittori esuli per motivi politici, a partire dall’epoca della deposta dinastia dei Pahlavi. Un po’ ovunque, in Iran come nella diaspora iraniana in Europa e in America, si segnalano oggigiorno voci di autori e autrici che mettono sempre più in primo piano i temi caldi della differenza (religiosa, politica e di genere) e dei diritti umani, e che talora scrivono anche in lingue europee.
Politica

Dalla rivoluzione del 1979 la Guida Suprema è il rahbar o, in sua assenza, un consiglio di capi religiosi. Vengono scelti da un’assemblea di esponenti religiosi sulla base del loro curriculum e del grado di stima goduto presso la popolazione. La Guida Suprema nomina i sei membri religiosi del Consiglio dei Guardiani, composto da 12 membri, che ha il compito di approvare le candidature alla presidenza della Repubblica e certificare la loro competenza e quella del parlamento, al pari delle più alte cariche giudiziarie. Egli è inoltre comandante in capo delle forze armate.

A capo dello Stato vi è il Presidente, eletto a maggioranza assoluta con suffragio universale. Il suo mandato ha durata quadriennale e vigila sul buon andamento del potere esecutivo. Dopo la sua elezione, il Presidente nomina e presiede il Consiglio dei Ministri, coordina le decisioni del governo e seleziona le decisioni governative da sottoporre al parlamento. Il parlamento iraniano, monocamerale, chiamato Assemblea Consultiva Islamica, è composto da 290 membri, eletti con voto diretto e segreto, anch’essi con mandato quadriennale. Tutta la legislazione deve essere vagliata, sin dal suo inizio, dal Consiglio dei Guardiani in base al principio della cosiddetta vilāet-e faqih, ossia la “tutela del giurisperito”, per controllare che le leggi non siano in contrasto col Corano e la dottrina islamica, nell’accezione propria dello Sciismo duodecimano. I sei membri laici del Consiglio, giuristi nominati dal parlamento, si pronunciano solo sulla costituzionalità delle leggi, mentre i sei membri religiosi esaminano la loro conformità con i dettami islamici.

Economia

Tra il 1960 e il 1977, ha conosciuto un processo di industrializzazione finanziato dai proventi del petrolio, non accompagnato, però, da un adeguato aumento delle infrastrutture e da un sufficiente sviluppo dell’agricoltura. A tutto questo vanno ad aggiungersi le tensioni politiche e religiose che hanno dato vita a vari moti di protesta, la guerra con l’Iraq e il crollo del prezzo del petrolio, accentuando le difficoltà della giovane nazione. Sebbene occupi il secondo posto mondiale per riserve petrolifere possedute, il paese ha così scarsa disponibilità di raffinare il prodotto da spendere eccessivamente nell’importazione di combustibile. Il 30% della popolazione vive ancora di agricoltura, praticata su un territorio coltivato solo per il 10%, coltivando soprattutto pistacchio, cereali, orzo, cotone, che viene esportato, tabacco, barbabietola e canna da zucchero. Diffuso l’allevamento bovino nelle zone di pascoli, ovino e caprino in quelle più aride. Accanto al petrolio, di cui l’Iran è uno dei principali produttori mondiali, le risorse minerarie annoverano gas naturale, ferro, rame, carbone; anche gli altri idrocarburi rappresentano una buon risorsa. Sono sorte alcune industrie nel settore petrolchimico in alcune città tra cui Teheran, in quello siderurgico a Isfahan e Bandar-Abbas e in quelli metallurgico e meccanico. Ai settori tessile e alimentare si sono aggiunte industrie per la produzione di beni di consumo ed elettrodomestici, di macchinari, automobilistiche, di materiali da costruzione, farmaceutiche, cosmetiche, della pelle, elettriche e di elettronica. Importante è il settore dell’artigianato, rappresentato soprattutto dalla produzione e dall’esportazione di tappeti.

Notevoli sforzi sono stati compiuti durante la presidenza di Rafsanjani per tornare a un’economia di pace e modernizzare le strutture produttive, aprendo al mercato e ai capitali stranieri, ma la nuova linea di politica economica ha portato a una grave crisi nei primi anni Novanta, con pesanti costi sociali: rialzo dell’inflazione, difficoltà dell’industria nazionale e tutta una serie di problemi che hanno reso difficile la ripresa economica. A tutto ciò si aggiungono i problemi causati dall’ideologia religiosa che ha impedito la privatizzazione di alcuni settori dell’economia iraniana: la costituzione islamica, infatti, vieta gli investimenti stranieri. I tassi di prestito sono comunque alti: nella prima metà del 2007 hanno superato il 14% per le banche statali ed il 17% per quelle private. Anche l’inflazione è alta e gli investimenti si sono rivolti prevalentemente al mercato immobiliare.

Nel gennaio 2008 il governo iraniano ha annunciato che avrebbe aperto la Iranian Oil Bourse (IOB, Borsa Iraniana del Petrolio) nel periodo tra l’1 e 11 febbraio successivo. Il 30 gennaio 2008, però, una serie di danni ai cavi di fibra ottica sottomarini isola quasi completamente l’Iran dalla rete Internet (oltre all’Iran, rallentamenti e disguidi si sono avuti negli altri Paesi del Golfo, oltre che in Egitto e in India), rendendo di fatto impossibile l’eventuale apertura della Iranian Oil Bourse.

Geografia dell’Iran

Coordinate: 32°00′N 53°00′E / 32°N 53°E / 32; 53

L’Iran si trova in Medio Oriente, in Asia.

Superficie: 1.645.258 km²

Popolazione: 70.472.000 abitanti (2005), Ultima stima 75.000.000

Confini: è bagnato a nord dal Mar Caspio (740 km), a sud dal Golfo Persico e dal Golfo di Oman (2.440 km). Confina a ovest con l’Iraq (1.458 km) e la Turchia (499 km), a nord con l’Armenia (35 km), l’Azerbaigian (611 km) e il Turkmenistan (992 km), a est con l’Afghanistan (936 km) e il Pakistan (909 km).

Altitudine media: 1.220 m

Altitudini estreme: Mar Caspio -28 m, Damavand 5.674 m

Topografia dell’Iran.

L’altopiano dell’Iran, parte del continente euro-asiatico, è costituito da un’antica zolla racchiusa e sollevata tra grandi sistemi di catene montuose. Queste sono la catena dei Monti Zagros, che separa l’altopiano dalla piana mesopotamica a ovest e dal Golfo Persico a sud, e il sistema dell’Elburz a nord, che prosegue verso est nel piugamento del Kopet Dag. Originatesi a partire dal cenozoico, esse sono il risultato della spinta della massa siro-arabica verso nord contro la rigida massa crustale aralo-caspica, e sono la continuazione dei sistemi montuosi dell’Anatolia con i quali si annodano nella regione armena e nell’Azerbaigian, nella parte nord-occidentale del Paese; verso est le stesse catene continuano nei fasci di piegamenti del Belucistan (Zagros) e nel Paropamiso e nell’Hindu Kush (Elburz).

I Monti Zagros si sviluppano per ca. 1.000 km da nord-ovest a sud-est, con una larghezza media di oltre 200 km, e sono costituiti da una serie di allineamenti rocciosi alternati a conche depressionarie e a piane alluvionali disposte nello stesso senso. La cima più elevata tocca i 4.548 m nello Zard-e Kuh, e complessivamente l’altopiano si mantiene sui 1.800 m. Prevalenti sono le formazioni sedimentarie mesozoiche (calcari) verso l’interno, cenozoiche (arenarie e marne) su tutto il versante esterno rivolto alla Mesopotamia. La catena è attraversata da una serie di fratture e faglie ancora attive, sicché la regione dello Zagros è soggetta frequentemente a moti sismici. Molte delle conche sono endoreiche e ospitano laghi salati, altre sono state catturate dall’erosione regressiva dei fiumi mesopotamici che incidono trasversalmente, in modo spettacolare, la catena. Verso sud-est lo Zagros gradatamente declina nella regione del Makran, che presenta ancora piegamenti di origine mesozoica, ma dove si trovano anche aree vulcaniche recenti.

L’Elburz, l’altra grande catena dell’Iran, è più elevata dello Zagros; si erge come una muraglia dalla depressione caspica, passando subitamente dai -28 m di questa ai 5.604 m del Damavand, conosciuto anche come Demavend e Donbavand: un cono vulcanico attualmente inattivo formatosi sul corrugamento. Esso costituisce la vetta più alta dell’Iran e di tutto il Vicino e Medio Oriente ed è delimitato a nord dalle coste meridionali del Mar Caspio, nella regione del Mazandaran.

Il versante meridionale, meno aspro, degrada verso le depressioni che costituiscono l’area centrale dell’altopiano iranico, ed è solcato da alcune profonde valli che portano ai valichi della catena, tutti piuttosto elevati, e nei quali affiorano massicce formazioni mesozoiche e nuclei scistosi paleozoici. Verso est l’Elburz si abbassa nel Kopet Dag, una catena formata da un duplice piegamento di rocce mesozoiche, divise tra loro dalla valle dell’Atrek. La catena sfiora i 3.000 m e si spegne verso il confine con l’Afghanistan. Il Kopet Dag è un rilievo importante nella geografia iraniana perché separa le terre del Khorasan e l’intero altopiano dai bassopiani dell’Asia centrale. Al centro dell’altopiano si elevano dorsali montuose anche di rilevante altezza (Kuh-e Hazaran, 4.420 m; Shir-Kuh, 4.074 m) suddivise in varie depressioni, tra cui il Kavir, a nordest dello Zagros, il Dasht-e Kavir, a sudest dell’Elburz, e il Dasht-e Lut, che dal centro dell’altopiano si estende verso sud.

Idrografia

Data l’aridità del clima, l’idrografia ha una rete poco sviluppata e caratterizzata dall’endoreismo. Laghi salati e piane saline sono la particolarità delle depressioni endoreiche del Dasht-e Lut e del Dasht-e Kavir, che assorbono velocemente le acque dei fiumi che in primavera scendono dalle montagne. Grazie a questi fiumi sussistono numerose oasi alla base dei monti e ai margini delle depressioni. Altro sistema endoreico è quello del Mar Caspio, in cui confluiscono le acque del versante settentrionale dell’Elburz, dell’Azerbaigian e dell’altopiano armeno, tra cui l’Aras. Anche il lago di Urmia, nell’Azerbaigian occidentale, è un endoreismo autonomo. Il versante esterno dello Zagros scarica le sue acque nel Golfo Persico, dove sfociano i due principali fiumi iraniani: il Karun, che nel tratto finale fiancheggia lo Shatt al-Arab, e il Mond, che scende tortuosamente dalla sezione centrale della catena. Importantissime sono le numerose falde acquifere, sfruttate mediante una fitta rete di canali sotterranei, i qanat.

Clima

Il clima dell’Iran è arido, sia perché si trova all’interno della zona arida mediorientale, sia perché, mentre l’umidità proveniente dal Golfo Persico è bloccata dalle imponenti montagne dello Zagros, l’altopiano è aperto alle correnti secche continentali da nordest. L’influsso del Mar Caspio è limitato al versante settentrionale dell’Elburz, che resta verde anche d’estate a differenza del resto del Paese. La presenza delle imponenti catene montuose, tuttavia, consente all’Iran di godere di una splendida primavera, quando lo scioglimento delle nevi montane alimenta i corsi d’acqua e le oasi. Le piogge sono concentrate nei mesi invernali, e nell’interno non superano i 250 mm annui mentre sui versanti esterni delle grandi catene montuose possono toccare i 1.300 mm (Elburz). Le temperature sono determinate dalla continentalità e dall’altitudine media elevata del Paese; si hanno così inverni freddi con temperature poco superiori allo zero, e estati torride (30-35 °C) con notevole escursione termica diurna. Fa eccezione Abadan, che grazie alla sua posizione geografica gode di un clima decisamente tropicale.

Vegetazione e fauna

Le condizioni climatiche incidono profondamente sulla scarsa vegetazione del Paese. In generale predominano le formazioni steppiche, con graminacee, astragali, piante spinose. Tra le specie arboree si trovano tamerici e acacie. A sud la tropicalità del clima è rivelata dalla presenza di palme nane e, nelle oasi costiere, di palme da dattero, specie nella zona di Abādān. Lungo i fiumi e nei rari terreni irrigati si trovano pioppi, platani, olmi, frassini, salici, nonché alberi da frutta, come il pesco e il melograno, originari dell’Iran.

La fauna, accanto a qualche raro esemplare superstite di tigre e di leone, include parecchi leopardi, lupi e cinghiali, oltre alle molteplici specie di linci, volpi e gazzelle. Numerosi sono i roditori e i rettili. Nel mar Caspio sono presenti alcuni gruppi di foche.

Queste risorse sono preservate in 11 parchi naturali, che si estendono su un’area totale di oltre 100.000 ettari e in numerose riserve.

Con un’altitudine media di 1.220 m l’Iran è uno degli stati più montuosi del mondo, e questa caratteristica ha inciso notevolmente nelle dinamiche del popolamento del Paese.

La catena del Kopet Dag, insieme al Paropamiso in Afghanistan, ha separato lungo i secoli l’area iranica da quella turca e gli iranici risultano maggioranza tra la popolazione (45,6%), anche se non mancano gruppi di turchi (16,8%), principalmente azeri e turkmeni. Tra le minoranze spicca il gruppo etnico dei curdi (9%), mentre il resto della popolazione è costituito da gruppi nomadi (luri, bactiari e kashkai nello Zagros, beluci nel sudest e vari altri).

La densità di popolazione (42 abitanti/km²) è un dato poco significativo in un Paese in cui gli abitanti sono concentrati in poche aree urbane ed oasi. Le regioni più popolate sono quelle di Teheran (205 ab/km²) e Gilan (150 ab/km²), quelle più fertili (come Hamadan, Azerbaigian e Khuzestan) hanno densità tra 60 e 80 ab/km², mentre Belucistan, Semnan e Yazd (che sono in gran parte desertiche) hanno le densità minime (meno di 10 ab/km²).

Città e insediamenti

Nei monti Zagros esistono ancora gruppi di nomadi che praticano la transumanza tra le terre calde (garmsir) del Golfo Persico e le terre fresche (sardsir) dell’altopiano. Altri gruppi di nomadi e seminomadi sono sparsi nel Paese, tuttavia la maggioranza della popolazione vive ormai nei centri urbani. Questi sono di diverse dimensioni e si raggruppano attorno alle oasi, dalle quali l’acqua viene attinta mediante i qanat, canali sotterranei lunghi anche decine di chilometri, che permettono di sfruttare con l’irrigazione anche le terre pianeggianti (e quindi migliori) lontane dai monti. Questi insediamenti in pianura sono spesso dei qalaʿ, villaggi fortificati, sorti a cominciare dal periodo delle invasioni mongole. Tuttavia la crescita convulsa dei grandi centri urbani ha portato anche in Iran alla nascita di bidonvilles nelle periferie delle città, come quelle di Tehran.

Principali città: Tehran (capitale e maggiore città del Paese), 7.160.094 ab., Mashhad, 2.100.000 ab., Isfahan, 2.040.000 ab., Shiraz, 1.300.00 ab.